PAOLA (Cs) – Dall’inchiesta della Dda “Affari di famiglia” contro la cosca di ‘ndrangheta Calabria-Tundis, risulta una notevole attività estorsiva da parte del sodalizio criminale avanzata anche nei confronti dell’impresa della raccolta di rifiuti Calabria Maceri.
Dal 2011 la Calabria Maceri è stata più volte destinataria di atti intimidatori.
I fatti per cui si procede nell’inchiesta risalgono al mese di ottobre 2017, quando l’allora legale rappresentante dell’impresa sporgeva denuncia presso i Carabinieri di Paola raccontando che il suo collaboratore era stato avvicinato da un soggetto qualificatosi come “suocero di Calabria”, agli arresti domiciliari, che gli aveva chiesto un sussidio economico per i propri congiunti.
Il riferimento al rapporto di parentela consentiva agli inquirenti di risalire all’identità del responsabile individuato in Tundis Michele. Versione ribadita dallo stesso rappresentante legale dell’impresa anche in sede di escussione nel mese di maggio 2018. La richiesta non era stata accolta e quindi a distanza di qualche mese, la Calabria Maceri subiva una serie di nuovi atti intimidatori.
“Nello specifico: in data 11 dicembre 2017, ignoti danneggiavano mediante l’utilizzo di un sasso, il parabrezza del furgone Mitsubishi Fuso, di colore bianco, intestato alla predetta società, utilizzato per la raccolta dei rifiuti, parcheggiato all’interno dell’isola ecologica, sita in San Lucido alla C.da Deuda; il 20 dicembre 2017, due individui tentavano di asportare, sempre dallo stesso sito, un veicolo adibito alla raccolta dei rifiuti, non riuscendo nell’intento solo per la pronta reazione del custode. In data 14 febbraio 2018, due soggetti non identificati appiccavano il fuoco ad un furgone Fiat Daily di proprietà della società, parcheggiato presso l’isola ecologica in San Lucido”.
Il quadro indiziario, in questo caso, si basa sul contenuto di alcune conversazioni
intercettate, in particolare, al collaboratore e al legale responsabile della Calabria Maceri e, soprattutto, sulle loro dichiarazioni rese su tali avvenimenti. ·
La versione resa dal responsabile della ditta sulla pretesa avanzata dal “suocero di Calabria” non ha trovato immediato riscontro nelle dichiarazioni rese dal collaboratore, il quale si è mostrato inizialmente reticente manifestando incongruenze anche rispetto al contenuto delle intercettazioni.
Ad ogni modo, nel 2019 il collaboratore della Calabria Maceri ha poi “chiarito davanti agli inquirenti le ragioni delle incongruenze fra le versioni rese in precedenza, dovute alla confusione generata dal tempo e dal susseguirsi degli eventi”. Lo stesso “ha infine confermato l’identità di Tundis Michele, suocero di Calabria, riconoscendolo anche in foto e indicandolo quale autore della richiesta, nonché soggetto a lui noto anche per la sua appartenenza alla criminalità organizzata. (“Questa persona risponde al nome di Michele Tundis e so che la figlia ha sposato uno dei fratelli Calabria, ma non ricordo quale esattamente. Anche al Tundis ho fatto presente che il titolare della Calabra Maceri non avrebbe mai pagato una tangente a chicchessia e costui ha risposto con una frase del tipo “Vidimu!”. Faccio presente che non conosco personalmente Michele Tundis, ma solo di vista per averlo visto più volte presso il predetto bar e perché è un soggetto noto in paese per essere “unu i chilli buoni”, ossia un malandrino, che frequentava giri malavitosi”.
In aggiunta alle dichiarazioni del collaboratore si rileva anche il contenuto della conversazione registrata all’interno della sala d’attesa del Comando Provinciale durante le pause dell’escussione. “Nel corso di tale conversazione, gli interlocutori in effetti confermavano la richiesta estorsiva avanzata da Tundis Michele per conto di Calabria Pietro affermando, tuttavia, di non aver mai pagato, rendendo quindi una versione conforme a quella proposta agli inquirenti”.
Per gli inquirenti era chiara la volontà estorsiva di Tundis Michele che“si era presentato al collaboratore della Calabria Maceri, a cui era ben nota la sua caratura criminale, e “ha preteso di incontrare il legale responsabile (al quale avrebbe chiesto di fare un “regalo per amici”, in tal modo mascherando una richiesta di denaro a titolo di pizzo. La conferma della natura estorsiva della pretesa si ricava non solo in base all’assenza di una causale lecita ma, soprattutto, in considerazione della rapida sequenza di atti intimidatori successivi al diniego opposto”. Si evidenzia, inoltre, evidenziare che il collaboratore “ha dichiarato di avere detto al Tundis” che il titolare “non avrebbe mai acconsentito alle richieste di denaro e che l’indagato aveva lasciato intendere possibili conseguenze (“Vidimu”), di fatto poi concretizzate”.
fiorellasquillaro@calabriainchieste.it









































