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Tutto pagato? No, tutto rubato. La Calabria e il saccheggio della sua sanità

Una presentazione editoriale si trasforma in atto d’accusa contro un sistema malato e una politica assente. E a Nicotera si alza il grido di una comunità che non vuole più restare in silenzio.

NICOTERA – Una locandina semplice ma incisiva annunciava l’incontro: «Sanità in Calabria: un’emergenza perenne, un diritto negato». E dietro quelle parole si è svolto, lunedì 4 agosto 2025, un evento che ha riunito cittadini, comitati, professionisti e rappresentanti dell’associazione “Difesa Diritti del Territorio” (Ddt) nella sala convegni dell’ente morale “Scardamaglia-Longo” di Nicotera.

Il pretesto era la presentazione del libro “Tutto pagato!” di Santo Gioffrè, ma la sostanza è stata ben più di un dibattito culturale: un’accusa serrata, documentata e indignata, contro il sistematico depotenziamento della sanità calabrese.

Una regione a due velocità

La Calabria è sempre più il teatro di un dualismo inquietante. Da un lato, intere aree interne abbandonate: scuole chiuse, strade fatiscenti, presìdi postali scomparsi, una desertificazione demografica che avanza. Dall’altro, gli interessi economici forti – banche, multinazionali, gruppi privati – che prosperano, mentre i giovani emigrano e le famiglie arrancano. In questo scenario già compromesso, la sanità pubblica calabrese appare come la grande vittima sacrificale: ospedali chiusi o mai completati, carenza cronica di medici e infermieri, servizi essenziali come la guardia medica che operano a singhiozzo.

Numeri da brividi

Le cifre parlano da sole: il 30% dei calabresi oggi rinuncia a curarsi. Un altro 44% si sposta al Nord per ricevere assistenza. Solo il 26% rimane sul territorio, cercando soluzioni tra un sistema pubblico in agonia e un privato spesso troppo costoso. È il volto della Calabria “sbranata da cani senza scrupoli”, per usare le parole di chi, come Santo Gioffrè, ha visto questo degrado da dentro.

Il libro-denuncia di Gioffrè

Tutto pagato! è il titolo provocatorio di un libro che è in realtà un atto di denuncia. 132 pagine in cui l’autore – medico, scrittore, intellettuale e già commissario straordinario dell’Asp di Reggio Calabria – racconta cinque mesi vissuti come in un campo minato. Una narrazione fatta di dati, fatti, nomi e soprattutto responsabilità. Gioffrè racconta di un sistema dominato da “colletti bianchi” e “dipendenti infedeli”, in cui le fatture venivano pagate più volte, senza controlli, con un buco stimato in oltre 10 miliardi di euro in vent’anni. Un saccheggio legalizzato, a cui le istituzioni – dalla Corte dei Conti alla Regione, passando per le Procure e i Governi – avrebbero voltato lo sguardo.

Santo Gioffrè, più in particolare, sostiene che i poteri forti nell’Asp reggina avevano “il volto orgoglioso dei colletti bianchi: gentili massoni, spocchiosi fornitori di beni e servizi, ricchissimi proprietari di case di cura private, potenti ed espertissimi avvocati, padroni di moderni laboratori di analisi, blasonati studi di diagnostica per immagini, potentissime multinazionali del farmaco poderose banche di factoring”.

Parla anche di “dipendenti e funzionari infedeli” e di uno “Stato sfaccettato, deviato, che ha permesso a dei predoni di appropriarsi di enormi risorse pecuniarie pubbliche senza che vi fosse alcun controllo legale”.

Mancanza di controllo che avrebbe consentito, a parere di Gioffrè, il pagamento delle stesse fatture milionarie per tre-quattro volte, nell’indifferenza generale. Uno scempio siffatto avrebbe portato via dalle casse dell’Asp circa quattro miliardi di euro in una ventina d’anni, mentre altri sei miliardi sarebbero stati prelevati dalle risorse delle altre Asp calabresi. Il tutto a danno della sanità pubblica e dei calabresi che oggi non hanno più manco la possibilità di curarsi. Gioffrè non solo non non si è adeguato al ‘sistema’, ma ha denunciato ogni malefatta.

Un dibattito senza sconti

Il convegno, moderato dal giornalista Pino Brosio, presidente dell’associazione Ddt, ha visto il contributo di voci competenti e appassionate. Mimmo Pagano, portavoce dell’associazione, ha denunciato la situazione critica della guardia medica di Nicotera-Limbadi, proponendo un’alleanza dei sindaci del territorio per invertire la rotta.

Soccorso Capomolla, cardiologo e dirigente del Medical Center “Don Mottola” di Drapia, ha ampliato il discorso all’intero Vibonese e alla Regione Calabria, parlando di inefficienze strutturali, ritardi e omissioni. Il suo intervento è stato un vero grido d’allarme verso una politica incapace di agire.

A dare respiro nazionale al dibattito ci ha pensato Gabriele Sganga, docente alla Cattolica di Roma, già primario del “Gemelli”, che ha sottolineato come la crisi non riguardi solo il Sud, ma tutto il sistema sanitario italiano, piegato dalla mancanza di medici e da condizioni di lavoro penalizzanti. E ha posto l’accento su un’anomalia tutta italiana: le conseguenze penali per gli errori medici, previste solo in Italia e in Polonia.

Una Calabria che non si rassegna

La chiusura è spettata a Gioffrè, che ha ripercorso la sua esperienza nella sanità calabrese, conclusasi bruscamente per una presunta incompatibilità legata a una candidatura a sindaco mai andata in porto. Una rimozione, quella operata dall’allora presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone, che ha lasciato molte domande aperte. La più inquietante: come hanno potuto tutte le autorità competenti restare silenti davanti a un sistema così corrotto?

L’incontro di Nicotera ha dimostrato che la Calabria è sì ferita, ma ancora viva. La denuncia pubblica, l’analisi puntuale e il coraggio civile possono essere il primo passo verso un cambiamento. Purché non si spenga, ancora una volta, la voce dei territori. Purché non ci si rassegni all’idea che curarsi in Calabria debba essere un privilegio e non un diritto.