Giorgia Meloni

WASHINGTON – Durante il vertice di Washington di ieri, 18 agosto 2025, con Donald Trump e altri leader europei, è stato catturato un fuori onda tanto sincero quanto imbarazzante: «Io non voglio mai parlare con la mia stampa». Parole pronunciate dalla premier Giorgia Meloni (giornalista professionista) – come riporta Reuters e rilanciate da media autorevoli  – che aprono uno squarcio cinico sulla relazione tesa tra il governo italiano e il panorama giornalistico nazionale.

Durante un siparietto diplomatico nella Casa Bianca, il premier finlandese Alexander Stubb, stupito da come Trump abbia accolto i giornalisti al vertice, è stato accompagnato dalla risposta sorridente di Meloni: «Ma a lui piace. Gli piace sempre. Io invece non voglio mai parlare con la stampa italiana». E nella conferenza stampa successiva, quando Trump ha chiesto se volessero rispondere a domande, Meloni ha sussurrato: «Penso sia meglio di no, siamo troppi e andremmo troppo lunghi».

Dietro il sarcasmo, però, si intravede una lettura più profonda: forse Meloni teme che, nel suo Paese, nulla resti impunito. I giornalisti italiani, da cronisti a investigatori, sono noti per scovare e denunciare accuse, errori, gaffe. E se all’estero l’approccio può essere più compiacente, in patria la scena politica si svolge sotto i fari di una stampa critica e vigile. Un premier che sfida tale sistema, snobbandolo, rischia di apparire arrogante e poco rispettoso delle dinamiche democratiche.

Senza contare che, nel nostro contesto, un presidente del Consiglio che sparge critiche contro la magistratura – come spesso accade nei discorsi pubblici – e contemporaneamente snobba la stampa del suo Paese, non proietta esattamente un’immagine di autorevolezza internazionale. L’impressione è di un leader più interessato a preservare un’immagine esterna “pulita” che a confrontarsi con il sistema di accountability domestico. E questo, in ambito diplomatico, conta molto più di un sorriso benevolo alla stampa estera.

A livello internazionale, Meloni si muove spesso da “ponte” tra Europa e America: la sua vicinanza ideologica a Trump le ha aperto porte che altri leader europei faticano a oltrepassare. Eppure, questo doppio binario — amicizia con Trump e freddezza verso la stampa italiana — mette in luce una contraddizione che può rivelarsi figlia di una strategia politico–mediolo­gica ambigua: osare troppo con il “privilegio estero”, ignorando il “privato domestico”.

E allora vale la pena chiedersi: è davvero possibile indipendere dalla stampa nazionale, confidando che all’estero il sipario resti calmo? O è più ragionevole impegnarsi in un dialogo franco con i media, accettando critiche sì, ma anche il valore della loro funzione?

Un leader moderno, rispettoso del passato giornalistico dell’Italia, peraltro iscritto all’Albo dei Giornalisti Professionisti Italiani, dovrebbe forse fare di più: non uno show diplomatico, ma un confronto trasparente. Perché, in fondo, un premier che sfugge alla stampa, scansa la magistratura e brilla solo all’estero… non rischia solo di passare un brutto quarto d’ora, ma di erodere credibilità sul piano interno e internazionale.