SESTO SAN GIOVANNI – L’assessore all’Urbanistica, Strade, Infrastrutture e Ambiente di Sesto San Giovanni, Antonio Lamiranda (Fratelli d’Italia), ha scatenato una vibrante reazione politica e sociale con un commento sui social che definisce l’omosessualità – e persino la transessualità – “malattie”. Affermare una falsità scientifica, forse inconsapevolmente, significa rischiare di alimentare discriminazione e disinformazione: è il contrappeso che richiede, oggi più che mai, una risposta salda e civilmente decisa.

Lamiranda ha postato il suo pensiero a margine di un annuncio – poi smentito – riguardante il ritiro dalla boxe della campionessa Imane Khelif. Il suo intervento recitava: «L’omosessualità è stata o no classificata come malattia in Europa? Sì… In alcuni [Paesi] si viene impiccati… qualche scienziato prima del woke e del gender aveva messo nero su bianco trattarsi di malattia». Ribadendo la propria posizione, ha anche sostenuto: «Patologia anche essere transgender».

Il Partito Democratico locale ha replicato con nettezza: «È inaccettabile che un rappresentante delle istituzioni diffonda disinformazione, tanto più su un tema sul quale esiste da decenni un chiaro consenso scientifico: l’omosessualità non è una malattia», aggiungendo che «il minimo che ci aspettiamo sono le scuse ma… servirebbero seri e evidenti provvedimenti».

Il contesto scientifico

La comunità scientifica ha da tempo chiarito: l’omosessualità è una variazione naturale dell’orientamento sessuale, non un disturbo né una malattia. Nel 1973, l’American Psychiatric Association (APA) la rimosse dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM); l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha esclusa dalla classificazione delle malattie mentali nell’ICD‑10 il 17 maggio 1990. Inoltre, l’Ordine degli Psicologi italiano ribadisce che né il DSM‑IV né l’ICD‑10 considerano l’omosessualità come malattia, e stigmatizza l’uso di terapie di “conversione”.

In considerazione del passato – quando, ad esempio, pratiche come il congedo d’ufficio potevano essere imposte all’arruolamento militare a causa dell’orientamento sessuale – è oltremodo preoccupante che nel presente simili affermazioni possano ancora essere pronunciate da un funzionario pubblico.

L’analisi, orientata al futuro, è indispensabile: dobbiamo continuare a valorizzare la scienza, la civiltà e l’evoluzione culturale. Delegare ruoli istituzionali a persone che confondono dati scientifici consolidati con pregiudizi non è compatibile con una società libera e informata. Serve responsabilità, formazione, e – quando necessario – distanze istituzionali nette. La questione non è di posizioni politiche, ma di verità, diritti e convivenza.