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Maxi-inchiesta sui siti sessisti: minorenni “vestiti” ammessi su Phica e revenge porn su “Mia Moglie”

Phica e il gruppo Facebook “Mia Moglie” al centro di un fascicolo della Procura di Roma: nel primo, immagini di minorenni “purché vestiti”; nel secondo, condivisioni sessiste di foto femminili senza consenso

La Polizia Postale

ROMA – Un caso che intreccia violazione della privacy, sfruttamento mediatico e impunità online scuote l’Italia. Due piattaforme — il forum Phica e il gruppo Facebook “Mia Moglie” — sono finite al centro di un’indagine coordinata dalla Procura di Roma. Ciò che emerge è inquietante: immagini di donne e politiche, ma anche di minori “vestiti”, venivano diffuse senza autorizzazione e accompagnate da commenti sessisti. L’emergenza — ossessiva e culturale — impone domande su dove stiamo andando e su quanto ancora il web sia terreno fertile per la violenza silenziosa di genere.

Il caso Phica: immagini rubate (anche di minorenni “vestiti”)

Il 3 settembre 2025, La Repubblica riferisce quanto emerso da un’indagine dell’Adnkronos: in un thread del 4 febbraio 2022, l’amministratore del forum Phica avrebbe affermato che “minorenni vestiti e non soggetti dell’intero link sono accettati”, pur vietando i nudi o gli intimi da segnalare .

Il sospetto gestore, identificato in Vittorio Vitiello, 45 anni, residente a Firenze dopo essere nato a Pompei, sarebbe già stato ascoltato anche dalla Procura di Firenze, chiamata a rispondere per diffamazione, parallelamente al fascicolo aperto a Roma.

“Mia Moglie”: revenge porn social

Da parte sua, la Procura di Roma ha già aperto un fascicolo collegato al gruppo Facebook “Mia Moglie”, dove uomini pubblicavano foto di donne — spesso proprie consorti — senza consenso, corredate da commenti sessisti nel quadro di una pratica identificabile come revenge porn  .

Le investigazioni avverranno in parallelo e potrebbero essere fuse in un’unica maxi-inchiesta volta a identificare sia i gestori che gli utenti dei contenuti offensivi.

Le reazioni istituzionali e sociali

Un’informativa della Polizia Postale è già stata inviata alla Procura di Roma, mentre i magistrati valutano il fascicolo con attenzione. A fianco alle indagini penali, l’avvocato Annamaria Bernardini de Pace ha annunciato una class action per aiutare le vittime e chiedere risarcimenti anche alle piattaforme, come Facebook, accusate di omesso controllo.

Le parlamentari dem rilanciano un appello: serve un ricorso collettivo per dare voce a tutte le donne coinvolte, anche quelle ignare della pubblicazione delle proprie immagini.

Dalle parole ai fatti: il clima di indignazione sociale

La vicenda si iscrive in una contraddizione tipica del presente: da un lato la libertà digitale, dall’altro la sua deroga più devastante — la condivisione abusiva. Episodi che evocano il cosiddetto “digital #MeToo”, richiamando l’urgenza di leggi più efficaci, protocolli rapidi e una cultura del rispetto nel cyberspazio.

Il caso Phica, chiuso sotto la pressione mediatica, sottolinea però un problema più profondo: anche dopo la chiusura, milioni di utenti potrebbero essere esposti alla ritrasmissione dei contenuti.

Questa inchiesta — tra immagini rubate, commenti degradanti e vittime inconsapevoli — non è solo una storia di utilizzo illecito del web. È lo specchio di una società che fatica a riconoscere l’intimità come un diritto inviolabile anche nella dimensione digitale. Serve un cambio culturale profondo: più strumenti legali, più educazione al consenso, più responsabilità online. E, soprattutto, una consapevolezza pubblica che ci ricordi: non si tratta solo di donne o minorenni “vestiti”, ma di dignità umana.