MAZARA DEL VALLO – «Non voglio giustizia per me, ma voglio praticare la giustizia per il futuro». Con queste parole Maria Cristina Gallo, insegnante di Mazara del Vallo, spiegava la sua decisione di denunciare pubblicamente quanto le era accaduto: un referto istologico consegnato con un ritardo di otto mesi che ha compromesso le possibilità di cura di un cancro già avanzato. Sapeva che le sue speranze erano ridotte, ma ha deciso comunque di alzare la voce, non per sé, ma per tutti gli altri. Questa mattina Maria Cristina è morta, ma la sua battaglia sopravvive, diventando un simbolo di resistenza contro l’inerzia e le inefficienze di una sanità che troppo spesso dimentica i volti dietro ai numeri.

Maria Cristina Gallo aveva 56 anni, era docente di italiano presso l’istituto tecnico industriale “R. D’Altavilla” e madre di due figli. A inizio 2024 si era sottoposta a una biopsia, ma il referto istologico — fondamentale per avviare tempestivamente le cure — le è stato consegnato solo dopo otto mesi. Il tempo, nel caso di un tumore, è un fattore decisivo. Quel ritardo ha significato la differenza tra una possibilità e una sentenza.

Invece di lasciarsi sopraffare dalla rabbia, ha scelto di raccontare la sua storia. Ha denunciato pubblicamente le inefficienze dell’Asp di Trapani, accendendo i riflettori su un sistema sanitario locale paralizzato da disfunzioni croniche. «La mia battaglia non è né rancore né rabbia», aveva dichiarato, «ma un modo per cambiare le cose affinché si possa garantire una sanità efficiente in futuro per i nostri figli».

Il caso di Gallo non è isolato. Secondo le indagini della Procura di Trapani, almeno sei pazienti oncologici sono stati vittime di ritardi nei referti, e tre di loro sono morti senza avere mai avuto una diagnosi in tempo utile per essere curati. Le accuse nei confronti dei 19 indagati, tra medici, tecnici di laboratorio e infermieri, vanno dall’omicidio colposo alla lesione personale colposa, fino all’omissione di atti d’ufficio.

L’inchiesta ha evidenziato come il servizio di Anatomia Patologica dell’Asp fosse afflitto da gravi falle organizzative: oltre 3.300 referti arretrati tra il 2024 e il 2025, un sistema informatico mai attivato, l’assenza di protocolli per gestire il flusso di esami. Una crisi non solo operativa, ma anche culturale, che mette in discussione il concetto stesso di responsabilità pubblica.

«Il male è stato fatto, ma può diventare un’occasione per correggere il sistema», ha affermato l’avvocato Niccolò Grossi, che assisteva Gallo. Ma al momento, il giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta di costituire l’Asp come parte responsabile civile, continuando a considerarla tra le vittime. Una decisione che rischia di sollevare nuove polemiche.

La storia di Maria Cristina ha toccato profondamente l’opinione pubblica. Sui social, centinaia di messaggi hanno ricordato la sua dignità e il suo coraggio. Il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, è stato tra i primi a dare risonanza alla vicenda. «È stata una combattente irriducibile», ha scritto, ricordando una madre, una moglie, un’insegnante appassionata.

Anche la politica ha reagito. Il leader di Azione, Carlo Calenda, ha puntato il dito contro la Regione Sicilia, accusandola di “gestire la sanità come un feudo da spartire”. Le sue parole rispecchiano un sentimento diffuso: in un Paese dove il diritto alla salute è sancito dalla Costituzione, le disuguaglianze territoriali nella qualità dei servizi sanitari sono sempre più marcate. E il caso di Trapani ne è una drammatica testimonianza.

Oltre alla cattedra e alla famiglia, Maria Cristina aveva una missione culturale e sociale. Laureata in Storia, Filosofia e Teologia, aveva fondato con la Diocesi la biblioteca per bambini “L’isola che non c’è”. Non solo un luogo di lettura, ma uno spazio per crescere cittadini consapevoli. Il vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Angelo Giurdanella, l’ha ricordata come «una donna che aveva a cuore il suo prossimo».

Domani, nella Cattedrale di Mazara del Vallo, si terranno i funerali. Ma il significato della sua battaglia non si spegne con lei. Ogni referto consegnato in tempo, ogni procedura resa più efficiente, ogni paziente ascoltato sarà un piccolo passo in avanti. E, forse, il primo segno tangibile che la voce di una sola donna può ancora fare la differenza.