CASTELLAMMARE DI STABIA (Na) – Una notizia che travalica il semplice campo sportivo e richiama alla memoria vecchie alleanze pericolose: la Juve Stabia, squadra della città di Castellammare di Stabia (Napoli) impegnata nel campionato di serie B, è stata posta in amministrazione controllata dal Tribunale di Napoli su richiesta della Procura della Repubblica partenopea, del Direzione Nazionale Antimafia e del Questore. Una misura che fotografa la gravità della situazione e impone uno sguardo sorvegliato su come lo sport possa essere veicolo – o vittima – di condizionamenti illeciti.
Il decreto, emesso ai sensi dell’articolo 34 del Codice Antimafia, riguarda non solo il club gialloblù ma anche alcune imprese che forniscono servizi connessi alle manifestazioni sportive. Come ha sintetizzato il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo: «Un quadro generale preoccupante, un caso scuola». E, ancora: «Si tratta … del terzo caso in Italia: prima della Juve Stabia ci sono stati analoghi provvedimenti per il Foggia Calcio e il Crotone Calcio».
Le indagini evidenziano la concentrazione di controlli da parte della criminalità organizzata – in particolare i Clan D’Alessandro e Imparato – nei servizi di sicurezza, ticketing, trasporti della squadra e nelle relazioni con la tifoseria organizzata. Come ha dichiarato il procuratore di Napoli Nicola Gratteri: «Gli spostamenti della squadra, la sicurezza, il beveraggio, la gestione dei biglietti: tutto era nelle mani della camorra».
Un dato emblematico: il settore giovanile del club sarebbe stato – secondo il Questore di Napoli Maurizio Agricola – «usato per acquisire consenso tra i minori e formarli a elementi di disvalore». Inoltre, è emerso che durante un evento festivo del 29 maggio scorso, tre ultras già raggiunti da DASPO (provvedimento di divieto d’ingresso negli stadi) furono presenti su un palco insieme ai vertici societari, all’amministrazione comunale e alle autorità locali, in una circostanza che la Procura definisce «tipica modalità di condizionamento mafioso».
La decisione di affidare la gestione del club a un pool di professionisti nominato dal Tribunale rappresenta una misura estrema ma necessaria: un’occasione per bonificare l’assetto societario, restituito al territorio nella sua rispettabilità, e per invertire la rotta. Il prefetto di Napoli Michele Di Bari ha parlato di uno «spartiacque nella gestione della società», evidenziando come «i magistrati hanno individuato una serie di defaillance … e adesso bisogna accompagnare questa società in un percorso di legalità».
Dal punto di vista sportivo e sociale, il caso Juve Stabia pone interrogativi più vasti: quanto è radicato il fenomeno del condizionamento mafioso nello sport in Italia? E quanto le società calcistiche – anche in campionati professionistici come la serie B – sono esposte a rischi strutturali di infiltrazione? L’aggiunta di Melillo è netta: «Il mio ufficio ha la convinzione profonda che analoghi provvedimenti riguarderanno anche altre società in futuro … il quadro è davvero allarmante e non riguarda solo le regioni dove tipicamente sono radicate le mafie e non riguarda solo il calcio».
La vicenda della Juve Stabia non è una storia isolata; è piuttosto una cartina di tornasole di quanto sport, economia locale e criminalità possano intrecciarsi in un territorio. La misura dell’amministrazione controllata rappresenta un momento di discontinuità — un richiamo forte alla trasparenza e all’autonomia del mondo sportivo — ma anche un banco di prova: riuscire a risanare la società, garantirne la regolarità e restituirla alla comunità senza che diventi nuovamente preda. Il futuro del club di Castellammare di Stabia sarà anche sinonimo del futuro di uno sport che aspira a essere davvero libero e sano. Perché, come si dice, «chi ama lo sport ama anche le sue regole»: la vera sfida, oggi, è far sì che queste regole valgano sempre.









































