È un affondo in piena regola quello lanciato da Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, nei confronti della riforma costituzionale della magistratura caldeggiata dal governo di Giorgia Meloni.
In un’intervista televisiva – ed anche in dichiarazioni successive – Gratteri denuncia una modificazione di sistema che, a suo avviso, non risponde ai veri problemi della giustizia italiana ma rischia di minare l’autonomia dei pubblici ministeri. «Stanno demolendo il codice di procedura penale pur di non farci arrivare ai colletti bianchi», afferma, aprendo un dibattito che – al di là delle tesi politiche – interroga il rapporto fra investigazione, potere politico e garanzie costituzionali.
La riforma che sta precipitando nel dibattito pubblico riguarda in primo luogo la cosiddetta “separazione delle carriere” dei magistrati: il passaggio, nel testo costituzionale, da un’unica magistratura (con possibilità di passaggio da pubblico ministero a giudice) a due carriere distinte – requirente e giudicante. Il disegno di legge costituzionale C. 1917/S. 1353 (promosso dal governo) è stato approvato dalla Camera in tempi ristretti e ora si trova all’ultimo passaggio al Senato. Il 22 luglio 2025 il Senato ha votato con 106 favorevoli, 61 contrari e 11 astensioni l’avvio del ddl costituzionale.
Gratteri non si limita alla critica tecnica: intervistato, ha detto che «non possiamo stare zitti davanti a certa narrazione e a certe bugie che vengono raccontate». Inoltre, ha osservato che il passaggio era motivato da «quattro magistrati all’anno che da Pm vogliono diventare giudice», per cui «mi pare sia qualcosa di davvero sproporzionato». In una formula durissima ha aggiunto: «Se vogliono evitare che arrivi ai colletti bianchi, facciano pure: “A questo punto aboliscano anche la corruzione e la concussione”». L’affermazione è emblematica: il tema non sarebbe, secondo lui, la riforma delle carriere in sé, ma le conseguenze potenziali sull’indagine di reati gravi e sull’efficacia della Procura.
La sua perplessità si appunta proprio sul fatto che – secondo i dati citati – meno dello 0,2% dei magistrati ogni anno cambia ruolo, e dunque «vale davvero la pena di fare una riforma costituzionale per questo 0,2%?» come ha chiesto in un’intervista. Il procuratore ricorda poi che nei paesi in cui la carriera è separata – nella sua lettura – «poco dopo il Pm passa sotto l’Esecutivo».
Dal lato governativo, la maggioranza sostiene che la riforma punta ad aumentare “indipendenza, trasparenza, terzietà” della magistratura. La premier Meloni l’ha definita «un traguardo storico» e un passo verso una giustizia «più efficiente, equilibrata e vicina ai cittadini». Le opposizioni e la Associazione Nazionale Magistrati (ANM) hanno invece lanciato un’allerta: la riforma rischia di «addomesticare i magistrati», «togliere garanzie ai cittadini», e aprire alla subordinazione della magistratura all’esecutivo.
Gratteri inserisce questo bacino critico dentro un quadro più ampio: la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio, la limitazione delle intercettazioni (come nella legge Zanettin, che impone un tetto massimo di giorni alle intercettazioni, in vigore dal 24 aprile 2025), e altri provvedimenti che, secondo lui, riducono gli strumenti delle indagini su reati dei colletti bianchi. La sintesi è che «si sta buttando via l’acqua sporca col bambino pur di non arrivare ai colletti bianchi». A ben vedere, non è solo la separazione delle carriere che lo preoccupa, ma un “pacchetto” che – nella sua lettura – indebolisce la giustizia penale.
Secondo Gratteri l’1% circa dei magistrati chiede cambi di carriera ogni anno: i numeri reali citati nelle interviste indicano lo 0,2%.
Il ddl costituzionale è stato approvato dalla Camera in tempi molto rapidi (una settimana) e senza emendamenti significativi.
Il Senato ha approvato la riforma con 112 voti favorevoli e 59 contrari e 9 astensioni (ultimissima lettura, 30 ottobre 2025)
Il fulcro del dibattito riguarda l’equilibrio fra due obiettivi apparentemente condivisibili: rendere la magistratura più efficiente e rafforzarne l’indipendenza, e contemporaneamente garantire che i grandi processi – quelli contro la corruzione, la criminalità organizzata, i “colletti bianchi” – possano andare avanti senza ostacoli. Gratteri mette in guardia dal fatto che la riforma, cambiando le regole del gioco, potrebbe incidere proprio su quella seconda leva.
«L’unico modo per tutelare davvero la legalità», insiste il procuratore, «è fare le riforme che servono: assumere nuovi magistrati, cancellieri, ridurre i tempi dei processi, non cambiare la Costituzione per un fenomeno infinitesimo».
In una democrazia matura, la revisione delle regole della giustizia non è solo questione tecnica, ma questione di fiducia: fiducia dei cittadini che il sistema funzioni, fiducia che l’indipendenza della magistratura non venga erosa, fiducia che la ragione di Stato non prevalga sulla ragione di legge. E questo è lo snodo che il dibattito aperto da Gratteri ci invita a interrogare — prima che le carte della riforma vengano definitivamente girate.









































