TORINO – Una notte di Halloween trasformata in incubo. Un ragazzo di 15 anni, con disagio cognitivo, è stato sequestrato, torturato per ore e poi gettato in un fiume da tre coetanei, due ragazzi e una ragazza di 14, 15 e 16 anni, ora indagati.
Sulla drammatica vicenda interviene la dottoressa Pasqualina Florio, educatrice professionale, che analizza le radici del disagio giovanile e della devianza, sollecitando “un maggiore impegno da parte delle istituzioni, della scuola e delle famiglie per restituire ai giovani i valori dell’educazione, della responsabilità e del rispetto”.
«Questo è un argomento molto delicato e complesso, che riguarda il disagio giovanile e la devianza — spiega Florio — È importante sottolineare che entrare in una baby gang è un comportamento che può portare a conseguenze legali molto serie e a un grave danno per il futuro del ragazzo o della ragazza».
Le cause del disagio: “Bisogno di appartenenza e mancanza di riferimenti”
Quali sono le principali cause psicologiche, familiari e sociali che spingono sempre più minori a entrare in una baby gang e a compiere atti di violenza estrema come quello accaduto a Torino?
«Le ricerche e gli studi sul fenomeno indicano che l’ingresso in una baby gang è spesso legato a un profondo senso di disagio e bisogno di appartenenza — spiega l’educatrice —.Le cause sono molteplici:
• Disagio psicologico e rabbia, spesso derivanti da contesti familiari difficili;
• Mancanza di riferimenti adulti e di sostegno affettivo;
• Bisogno di riconoscimento, amplificato dai social media;
• Noia e mancanza di alternative, che spinge a cercare emozioni forti nella trasgressione;
• Fattori ambientali, come vivere in quartieri a rischio o con modelli devianti.
In alcuni casi, la scelta è anche razionale, orientata a un guadagno economico o di autostima.»
Il ruolo di famiglia e scuola: “Serve ascolto e dialogo”
In che modo la scuola e la famiglia possono collaborare per intercettare precocemente i segnali di disagio e prevenire comportamenti devianti nei ragazzi?
«La prevenzione e la gestione del fenomeno richiedono un approccio multidisciplinare che coinvolga istituzioni, scuola, famiglia e comunità — prosegue Florio — La famiglia deve promuovere una comunicazione efficace, basata sull’ascolto empatico, evitando modelli autoritari e favorendo il dialogo. È fondamentale anche un sostegno alla genitorialità, con corsi e strumenti educativi per aiutare i genitori a comprendere e gestire le difficoltà dei figli.
La scuola, dal canto suo, deve investire sull’educazione emotiva e sociale, insegnando ai ragazzi a riconoscere e gestire le proprie emozioni, a risolvere i conflitti in modo non violento e a sviluppare empatia.
Infine, è necessario creare alternative positive: sport, cultura, volontariato, esperienze che diano senso di appartenenza e autostima».
L’Educazione Emotiva: “Una difesa contro la violenza”
Si parla tanto di Educazione Emotiva, o Social and Emotional Learning (SEL): quale ruolo ha nel fornire agli adolescenti strumenti per gestire rabbia, frustrazione e bisogno di riconoscimento in modo non violento?
«L’Educazione Emotiva — spiega la dottoressa Florio — è un pilastro fondamentale nella prevenzione del disagio giovanile e delle baby gang.
È un percorso educativo che mira a sviluppare la capacità di riconoscere, comprendere, gestire e utilizzare efficacemente le proprie emozioni e quelle degli altri.
Molti giovani reagiscono alla rabbia o alla solitudine con violenza perché non possiedono gli strumenti per gestire questi stati emotivi.
L’Educazione Emotiva interviene proprio qui, fornendo competenze di autoregolazione, empatia, problem-solving non violento e resilienza».
Secondo il modello SEL del CASEL (Collaborative for Academic, Social, and Emotional Learning), le cinque aree chiave sono:
• Consapevolezza di sé, per riconoscere emozioni e valori;
• Gestione di sé, per controllare impulsi e stress;
• Consapevolezza sociale, per sviluppare empatia e rispetto;
• Competenze relazionali, per comunicare e collaborare;
• Decisioni responsabili, per valutare le conseguenze delle proprie azioni.
«Integrare questi percorsi a scuola e in famiglia — aggiunge Florio — significa formare cittadini responsabili, consapevoli e resilienti».
“Solo un impegno comune può salvare i ragazzi”
Quali interventi concreti dovrebbero attuare le istituzioni e la comunità per sostenere i giovani a rischio e offrire loro alternative sane e costruttive alla devianza e alla violenza di gruppo?
«Servono programmi educativi di prevenzione alla legalità e alla convivenza civile, spazi di aggregazione per i ragazzi, maggiore controllo e sicurezza nelle aree più sensibili e, soprattutto, percorsi di reintegrazione sociale per chi è già coinvolto in condotte devianti — conclude Florio — Solo un impegno condiviso tra istituzioni, scuola e famiglie potrà restituire ai giovani la capacità di scegliere la vita e il rispetto, anziché la violenza e la sopraffazione».
fiorellasquillaro@









































