Il guardasigilli Carlo Nordio

ROMA – Nel Paese che punta alla giustizia digitale, gli atti dei magistrati finiscono nel nulla. È quanto sta accadendo da oltre dieci giorni nelle Procure italiane, dove il software App giustizia — cuore del processo penale telematico — ha smesso di funzionare come dovrebbe. Un aggiornamento difettoso, rilasciato il 24 ottobre, ha innescato un effetto paradossale: gli atti, una volta vistati dai procuratori aggiunti, scompaiono dal sistema e non tornano più nella disponibilità dei pubblici ministeri che li avevano trasmessi. Di fatto, il lavoro di intere Procure è bloccato.

La notizia è stata denunciata sul Corriere della Sera, poi ripresa da Il Fatto Quotidiano.

Il malfunzionamento riguarda in particolare le richieste di archiviazione, di rinvio a giudizio, i giudizi immediati e le citazioni dirette: atti che necessitano del visto dei procuratori aggiunti prima di essere inoltrati ai giudici. Dopo l’aggiornamento del 24 ottobre, però, il software li “divora”. Un problema che ha costretto gli uffici a sospendere la procedura telematica e tornare ai fascicoli cartacei, con un balzo all’indietro di decenni nella gestione giudiziaria.

La Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, è stata tra le prime a reagire. Con una direttiva firmata giovedì, Viola ha disposto la sospensione dell’utilizzo di App giustizia “fino alla accertata risoluzione della problematica”, specificando che la criticità “incide in modo radicale sul regolare funzionamento dell’ufficio”. Non solo: tutti gli atti depositati dopo il 24 ottobre dovranno essere rifatti su carta, perché “allo stato risultano bloccati nel sistema”.

Il ministero della Giustizia, guidato da Carlo Nordio, ha cercato di correre ai ripari. Dopo l’articolo del Corriere della Sera che ha portato il caso all’attenzione pubblica, il Dipartimento per l’innovazione tecnologica ha diffuso una nota di rassicurazione: “In seguito all’aggiornamento di stamattina, il sistema App funziona regolarmente. Tutti gli atti risultano visibili e vistati; prosegue il monitoraggio tecnico per garantirne la stabilità”.

Ma la realtà sul campo racconta altro. Nel pomeriggio, l’Associazione nazionale magistrati (Anm) ha diffuso un comunicato durissimo, denunciando “il perdurante malfunzionamento del sistema informatico App giustizia, che da settimane blocca la possibilità per magistrati e segreterie di completare e depositare atti fondamentali per l’attività giudiziaria”.

Il tono del sindacato delle toghe è amaro: “Mentre si approva una riforma che delegittima la magistratura, dobbiamo esprimere la nostra profonda preoccupazione per il blocco del sistema informatico che incide direttamente sui cittadini”. L’Anm sottolinea come “il disservizio abbia di fatto determinato la paralisi dell’operatività ordinaria degli uffici requirenti, rendendo impossibile la trasmissione telematica di decreti di citazione, richieste di rinvio a giudizio, archiviazioni e altri atti definitori”.

Il problema, tuttavia, non è isolato. Analoghi disservizi si sono verificati in altri uffici giudiziari, segnalano i magistrati, a causa di “un generale malfunzionamento dei servizi informatici della giustizia”. In sostanza, la digitalizzazione — che doveva garantire efficienza, tracciabilità e rapidità — si sta rivelando un labirinto di errori e ritardi.

Il progetto del processo penale telematico, presentato dal Ministero come simbolo di modernità, è finito nel mirino delle toghe proprio per ciò che doveva rappresentare: un passo avanti. L’Anm parla di “una digitalizzazione improvvisata, senza adeguata sperimentazione, che finisce per compromettere la funzionalità del sistema giudiziario”.

Il comunicato della giunta dell’Anm non risparmia critiche: “È inaccettabile che l’amministrazione della giustizia sia ancora ostaggio di piattaforme informatiche instabili, aggiornate senza adeguata sperimentazione e gestite con tempi di intervento indefiniti”. Un linguaggio insolitamente netto, che riflette il malessere diffuso nelle Procure.

Il vero nodo, evidenziano i magistrati, è strutturale: “La digitalizzazione dovrebbe rappresentare un passo avanti verso efficienza e trasparenza, ma si è trasformata in un collo di bottiglia che rallenta, se non blocca, il funzionamento della giustizia”. Le priorità, insistono, dovrebbero essere altre: strumenti tecnologici affidabili, personale formato e risorse stabili.

E mentre il ministro Nordio festeggia per la riforma sulla separazione delle carriere, molti magistrati osservano amaramente che la tecnologia — pensata per accelerare — oggi ferma tutto.

L’episodio del software App giustizia è più di un semplice guasto informatico: è il sintomo di un sistema che rincorre l’innovazione senza preparazione. La transizione digitale della giustizia italiana non può essere un esperimento continuo a spese dei cittadini e dei magistrati. La modernità, se non accompagnata da efficienza e affidabilità, rischia di diventare solo un’illusione ben confezionata.