ROMA – Il taglio dell’Irpef, sbandierato come misura per sostenere i redditi e rilanciare i consumi, si rivela nei numeri un’operazione tutt’altro che equa. L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha quantificato gli effetti della riduzione delle aliquote, mostrando un divario marcato: i dirigenti beneficeranno in media di 408 euro l’anno, mentre gli operai potranno contare su appena 23 euro. Un disallineamento che riaccende il dibattito sulla giustizia fiscale e sulla reale efficacia delle politiche economiche del governo di Giorgia Meloni.
Le cifre dell’Upb sono inequivocabili. Il taglio dell’Irpef a tre aliquote — misura cardine della legge di bilancio — produrrà un effetto regressivo, cioè più vantaggi per chi già guadagna di più. A beneficiare maggiormente saranno i redditi medio-alti, mentre la fascia più ampia dei lavoratori dipendenti e autonomi a basso reddito resterà sostanzialmente esclusa da miglioramenti significativi.
Secondo le simulazioni, l’impatto reale sarà marginale per oltre la metà dei contribuenti. I redditi tra 15 e 28 mila euro, ad esempio, vedranno aumenti di poco superiori ai 30 euro annui. Un segnale debole, specie se confrontato con l’aumento del costo della vita e con l’erosione del potere d’acquisto registrata negli ultimi anni.
Bankitalia: “La detassazione non stimola i rinnovi contrattuali”
Nel corso delle audizioni sul disegno di legge di bilancio, Bankitalia ha aggiunto un ulteriore elemento di riflessione: la detassazione degli aumenti contrattuali, pensata per incentivare il rinnovo dei contratti collettivi, “non sembra avere un effetto significativo sulla rapidità dei rinnovi”.
L’istituto centrale, pur riconoscendo l’intento di sostenere i salari, ha evidenziato come le imprese tendano a rinviare i rinnovi non per ragioni fiscali ma per l’incertezza del quadro economico e per la debolezza della domanda interna.
Istat: “Quasi sei milioni rinunciano alle cure”
Non meno severe le considerazioni dell’Istat, che ha richiamato l’attenzione sulla dimensione sociale del problema. L’istituto ha ricordato che quasi sei milioni di italiani rinunciano a curarsi per via delle liste d’attesa o dei costi sanitari, un fenomeno che colpisce soprattutto le fasce più deboli.
Un taglio fiscale che premia i redditi più alti, osserva l’Istat, rischia dunque di accentuare le disuguaglianze, sottraendo risorse a settori strategici come sanità e welfare.
Il nuovo Isee e le penalizzazioni per giovani e stranieri
Ulteriori criticità emergono sul fronte del nuovo calcolo dell’Isee, che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe rendere più equo l’accesso alle agevolazioni. In realtà, la riforma penalizzerebbe i giovani e gli stranieri, due categorie già svantaggiate nel mercato del lavoro e nell’accesso ai servizi pubblici.
L’Upb segnala che, con i nuovi criteri, molti nuclei familiari under 35 e cittadini extracomunitari potrebbero vedere ridursi la soglia di accesso a bonus e prestazioni sociali, aggravando ulteriormente le disparità intergenerazionali.
Corte dei conti: “La norma sugli affitti brevi incentiva il nero”
La Corte dei conti ha poi criticato la norma che modifica la tassazione sugli affitti brevi, portando l’aliquota al 26% solo dal secondo immobile. Una misura che, secondo i magistrati contabili, “rischia di incentivare l’economia sommersa”, spingendo molti proprietari a non dichiarare i proventi o a frazionare fittiziamente gli immobili.
Il monito è chiaro: “Il contrasto all’evasione – ha affermato la Corte – non può basarsi su incentivi che complicano ulteriormente la tracciabilità dei redditi”.
Il governo difende la misura
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha replicato alle critiche parlando di una “manovra realistica, che tutela il ceto medio e i lavoratori”. Secondo Giorgetti, “non si può chiedere al governo di redistribuire ricchezza che non esiste: prima bisogna far crescere l’economia”.
Lega e Forza Italia, dal canto loro, chiedono un intervento ancora più deciso sul fronte fiscale, spingendo per un ulteriore alleggerimento delle aliquote e una riduzione strutturale del cuneo contributivo.
Il taglio dell’Irpef, nato per sostenere la crescita e il potere d’acquisto, si presenta oggi come un banco di prova per la credibilità della politica economica italiana. I numeri dell’Upb, le osservazioni di Bankitalia e Istat e i rilievi della Corte dei conti delineano una realtà complessa: un Paese in cui le riforme fiscali rischiano di ampliare le disuguaglianze invece di colmarle.
Il futuro della riforma dipenderà dalla capacità del governo di coniugare equità e sviluppo, due parole che troppo spesso, in Italia, continuano a camminare su binari separati.









































