NAPOLI – Un comizio trasformato in coreografia da stadio. A Napoli, sul palco del PalaPartenope, in occasione della campagna delle regionali in Campania, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i suoi due alleati più visibili, Antonio Tajani, Maurizio Lupi e Matteo Salvini, si sono lasciati coinvolgere in un coro fisico-performativo che ha sollevato attenzione e non poche critiche. Il pubblico intona «chi non salta comunista è», Meloni e Tajani – salvo alcuni passi – si lasciano andare al ritmo tra saltelli e selfie; Salvini, in un angolo, appare più trattenuto. La scena – perfetta per il marketing elettorale virale – pone però una domanda che un giornalista non può tralasciare: quando la politica diventa spettacolo, dove finisce la sostanza?
Una scena che “fa show” più che politica
Durante l’appuntamento elettorale in Campania, la leader di Fratelli d’Italia ha elogiato Napoli, citando figure come Benedetto Croce e Pino Daniele, e subito dopo, al suono dell’inno di Mameli, ha invitato il pubblico all’azione scenica: «saltate!» L’effetto è stato immediato. Il successivo coro «chi non salta comunista è» – urlato dai sostenitori – è stato recepito come gioco collettivo e subito rilanciato con selfie, bandiere, posati sorridenti. L’insieme restituisce l’immagine di una campagna elettorale che punta alla viralità: i media la riprendono, i telefonini scattano, i social rilanciano.
Le critiche e il senso della “leggerezza”
Il centrosinistra non ha atteso per commentare. Marco Sarracino, deputato e responsabile Sud della segreteria del Partito Democratico, ha avvertito: «Giorgia Meloni si prepari: in Campania avrà la peggiore sconfitta da quando è al governo». E ancora: Sandro Ruotolo ha attaccato duramente lo spettacolo sul palco, affermando che «sembravano dei fascistelli in gita. E invece no: erano la Presidente del Consiglio e vari ministri, lì, sul palco di Napoli, a dare il peggio di sé». Una critica sulla sostanza: dietro il salto e il coro si intravede un approccio che, secondo gli oppositori, non affronta la questioni cruciali del Sud: infrastrutture, disoccupazione, spopolamento, e invece preferisce la coreografia.
Il significato politico: tra identità e provocazione
Al di là del contorno ironico, dietro il gesto c’è un codice simbolico forte. Il coro «chi non salta comunista è» evoca un’identità politica precisa, reazionaria, che punta a marcare la divisione piuttosto che l’inclusione. L’elemento provocatorio è evidente: in un Paese segnato da storia e contraddizioni, rispolverare lo slogan “comunista” come insulto è una scelta calibrata per un pubblico di militanti, ma assai rischiosa per un pubblico più ampio. Il gesto diventa dunque doppio-faccia: da un lato rafforza la coesione interna del partito, dall’altro può indurre (e, per certi versi, induce) imbarazzo a chi ritiene che la comunicazione politica debba avere maggiore misura.
Il Sud, le promesse e la coreografia
La scelta di Napoli non è casuale: è città meridionale, simbolo del Mezzogiorno che la maggioranza in carica pretende di rappresentare. Eppure, come sottolineano gli avversari del centrodestra, proprio il Sud è maggiormente segnato da ritardi infrastrutturali, da politiche che faticano a incidere nella quotidianità. In questo contesto, il salto collettivo e il coro rischiano di apparire come «sporadico divertissement» piuttosto che come impegno concreto, peraltro molto lontano dalle scandalose promesse elettorali di condono edilizio. La domanda che molti lettori posti è: questa rappresentazione “pop” è campagna elettorale o riflessione politica? E soprattutto: funziona per chi rischia di trovarsi “fuori dal salto”?
Più spettacolo o più politica?
In una democrazia matura, il confine tra consenso e presa in giro può essere sottile. Quando i leader del governo trasformano un comizio in uno spettacolo da stadio, c’è il rischio che la serietà del discorso politico vada in ombra. Il pubblico che segue media tradizionali e social si chiede: e dopo il salto, che cosa resta? Ci sono programmi concreti, visione per il territorio, impegni tangibili? O rimane solo qualche selfie e un momento virale? È questa la domanda che la scena di Napoli rilancia: se la politica punta alla coreografia, non è il momento che torni anche alla sostanza? Il salto può essere condiviso dai più tifosi, ma non può sostituire il salto di qualità che molti territori attendono.









































