Il tribunale di Catanzaro

CETRARO (CS) – La costa tirrenica cosentina torna al centro delle cronache giudiziarie con una richiesta di rinvio a giudizio che la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro definisce «un tassello di un quadro più ampio di condotte criminali radicate nel territorio».

Al centro del fascicolo ci sono due cittadini di Cetraro: Franco Pinto, 66 anni, originario di Acquappesa, e Cinzia Maritato, 63 anni. L’atto, firmato dal procuratore aggiunto Giulia Pantano, arriva al termine di un’indagine complessa che ha visto come figura centrale la persona offesa: l’imprenditore del settore spettacolo Francesco Pompeo Occhiuzzi, testimone di giustizia sotto protezione.

La vicenda intreccia presunti prestiti usurari, minacce con metodo mafioso, episodi di violenza e una collezione di armi sequestrate in un’abitazione di Cetraro. Una ricostruzione, quella della Dda, che conduce a un quadro accusatorio grave, che gli avvocati difensori si preparano a contestare nelle sedi opportune.

Secondo la Dda, tutto avrebbe avuto origine nel 1998 con un prestito iniziale di dieci milioni di lire concesso da Pinto a Occhiuzzi. Una somma che, nelle ricostruzioni degli inquirenti, sarebbe stata rinegoziata più volte nel corso degli anni, trasformandosi prima in 21.500 euro, poi in 45.000 e infine in 100.000 euro nel novembre 2024.

L’accusa sostiene che, nel frattempo, la vittima avrebbe pagato interessi mensili fino al 20%, raggiungendo cifre considerate «abnormi» e tali da determinare uno stato di bisogno, fattore che contribuisce all’aggravante contestata.

Il totale, secondo la Procura, ammonterebbe a circa 1,5 milioni di euro versati nell’arco di oltre due decenni. Una spirale finanziaria che, nell’ipotesi accusatoria, sarebbe stata sorretta da dinamiche tipiche del metodo mafioso: pressione psicologica, clima intimidatorio, sfruttamento dell’assoggettamento della vittima, aggravate dalla condizione di Pinto, già sottoposto a sorveglianza speciale.

Il secondo capo d’imputazione racconta un ulteriore salto di qualità. La Dda sostiene che Pinto e Maritato avrebbero esercitato pressioni sempre più stringenti sull’imprenditore, fino a minacciarlo di morte. A Pinto vengono contestati due episodi che la Procura definisce aggressioni: il primo risalente al 18 novembre 2024, il secondo al 30 dicembre dello stesso anno, quando Occhiuzzi sarebbe stato afferrato per il collo e quasi strangolato.

È in questo contesto che, secondo gli inquirenti, la vittima sarebbe stata costretta a consegnare 19.000 euro, somme collegate al presunto debito usurario. Si tratterebbe di un’estorsione aggravata dal metodo mafioso, contestata a entrambi gli indagati. Le circostanze descritte delineano un quadro che, secondo la Procura, va oltre il rapporto creditore-debitore e configura una vera e propria strategia di sopraffazione.

Il terzo fronte dell’inchiesta riguarda la detenzione di un arsenale di armi bianche: sciabole, machete, coltelli di varie dimensioni, bastoni animati, tirapugni e persino una katana giapponese. Tutto materiale sequestrato il 24 aprile 2025 a Cetraro. La Dda ritiene che questa collezione fosse detenuta senza denuncia e potenzialmente funzionale a sostenere un apparato intimidatorio collegato al presunto giro d’usura.

Non si tratta, al momento, di ipotesi provate: sarà il giudice dell’udienza preliminare a valutare se gli elementi raccolti giustifichino l’apertura di un processo. Gli imputati, dal canto loro, si dichiarano estranei alle accuse e affronteranno l’udienza con il supporto dei propri legali.