COSENZA – A sei mesi esatti dalla rimozione della statua di Giacomo Mancini davanti al municipio di Cosenza, la vicenda torna al centro del dibattito politico e civile cittadino. Era l’alba del 18 giugno quando l’opera, collocata il 25 aprile 2022 in occasione della Festa della Liberazione con una cerimonia ufficiale alla presenza del sindaco Franz Caruso, venne rimossa improvvisamente. Oggi, quel vuoto fisico e simbolico diventa il fulcro di una nuova e dura presa di posizione.
A riaccendere i riflettori è Giacomo Mancini, già deputato socialista, dirigente del Partito Democratico calabrese e nipote omonimo del “Leone”, figura centrale della storia politica cosentina e nazionale. Mancini si è recato sul luogo esatto dove sorgeva la statua e ha diffuso un video sui suoi canali social (https://youtu.be/itPYGjGKzlI?si=r7loYagvfpqAZOyx), seduto proprio sulla mattonella rimasta a segnare l’assenza dell’opera.
«Ve lo ricordate che qui, proprio qui, stava la statua del Leone, del leader socialista, del sindaco più amato? Oggi sono sei mesi da quando Caruso l’ha sfrattata», esordisce Mancini nel video. Un intervento che non si limita al ricordo dell’episodio, ma che diventa una requisitoria politica contro l’attuale amministrazione comunale.
Secondo Mancini, la rimozione sarebbe avvenuta senza una motivazione valida e in contraddizione con atti amministrativi precedentemente firmati dallo stesso sindaco. Un passaggio che viene sottolineato con forza: «Questo posto era stato suggerito proprio da lui. Eppure ha stracciato gli atti che aveva firmato». Una scelta che, nella ricostruzione dell’ex parlamentare, sarebbe stata gestita in modo repentino e simbolicamente pesante, con l’intervento all’alba della polizia municipale e il trasferimento forzato dell’opera alle 6.30 del mattino.
Un altro elemento che alimenta la polemica riguarda i costi dell’operazione. Mancini parla apertamente di una spesa pari a 8.152,04 euro di denaro pubblico per lo “sfratto” della statua, una cifra che, a suo dire, rende ancora più incomprensibile l’intervento, soprattutto alla luce del risultato finale: «Oggi al posto del leone non c’è niente. Solo questa mattonella e i faretti che illuminavano la statua».
La vicenda, già al momento della rimozione, aveva assunto toni fortemente conflittuali. Durante le operazioni, lo stesso Mancini aveva inscenato una protesta clamorosa, arrivando a sdraiarsi a terra nel tentativo di impedire che il furgone con l’opera si allontanasse, rischiando più volte di essere investito. Un gesto che aveva contribuito a caricare l’episodio di una forte valenza simbolica e mediatica.
Nel video diffuso oggi, l’accusa si fa ancora più ampia e investe direttamente il modello di governo cittadino. «Quello che oggi viene illuminato è un monumento all’arroganza», afferma Mancini, definendo la rimozione della statua come lo “specchio di come è amministrata oggi Cosenza”. Le parole sono dure: si parla di “uso personalistico dell’istituzione”, di “diritto trasformato in favore”, di “favoritismo che diventa regola”. Una critica che richiama una visione della politica distante dalla tradizione amministrativa che Mancini senior incarnava e che, secondo il nipote, la città avrebbe meritato di continuare a vedere rappresentata.
Non mancano, nel finale, riferimenti identitari e civili: «Cosenza non è Gomorra. E i cosentini non stanno sotto il giogo di nessuno». Un messaggio che mira a parlare non solo agli addetti ai lavori, ma a una comunità più ampia, chiamata a riflettere sul rapporto tra memoria storica, gestione del potere e rispetto delle istituzioni.
A sei mesi dallo sfratto del “Leone”, la statua resta assente, ma la questione è tutt’altro che chiusa. Anzi, continua a interrogare la città sul valore dei simboli, sulla coerenza dell’azione amministrativa e sul confine, sempre delicato, tra scelte politiche e rispetto della storia collettiva. Cosenza, come ricorda Mancini, “merita di meglio”: sta ora alla politica dimostrare se quel vuoto potrà essere colmato, non solo nello spazio urbano, ma anche nel dialogo con i cittadini.
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