AMANTEA (Cs) – In un tempo segnato da disorientamento sociale, frammentazione e crescente distanza tra cittadini e istituzioni, tornare a interrogarsi sul significato profondo della comunità non è un esercizio accademico, ma una necessità civile. È da questa consapevolezza che prende le mosse Dalla Polis allo Stato-Civiltà, il libro di Vincenzo Pellegrino, presentato nella cittadina tirrenica in un incontro partecipato e denso di spunti, capace di trasformare una presentazione editoriale in un vero momento di riflessione collettiva.
L’evento, aperto dai saluti istituzionali del sindaco, ha visto un dialogo serrato tra l’autore, la professoressa Olinda Suriano e l’avvocato Marco Osso. Un confronto che ha accompagnato il pubblico attraverso i nodi cruciali dell’opera: identità, partecipazione, crisi della modernità e prospettive future della convivenza umana.
Il libro nasce da una domanda tanto semplice quanto radicale: perché oggi molte persone avvertono la sensazione di vivere in un mondo che non riconoscono più come “casa”?
Per rispondere, Pellegrino compie un passo indietro, risalendo alle origini della politica occidentale, all’esperienza della polis greca. Non una mera forma urbana, ma una comunità viva, fondata sulla partecipazione diretta dei cittadini alla vita pubblica. Emblematica, in questo senso, è la figura dell’idiotes: colui che, ad Atene, restava estraneo alla dimensione collettiva. Non un insulto, ma la constatazione di una vita confinata nella sfera privata, priva di responsabilità verso la comunità.
Con il passare dei secoli, questo modello si è progressivamente dissolto. La nascita dello Stato moderno, l’espansione delle burocrazie e, più recentemente, la globalizzazione hanno reso il mondo più vasto, rapido e interconnesso, ma anche più impersonale. Le decisioni che incidono sulla vita quotidiana si sono allontanate dalla “piazza”, concentrandosi in apparati politici, economici e tecnici spesso percepiti come remoti. È in questo scarto, sostiene Pellegrino, che si annida la crisi di senso della contemporaneità.
Per interpretare tale frattura, Dalla Polis allo Stato-Civiltà mette in dialogo tre pensatori centrali del Novecento. Martin Heidegger offre una chiave di lettura critica della modernità, descritta come l’epoca in cui il mondo viene ridotto a riserva di risorse da sfruttare. In questa logica, anche le città rischiano di trasformarsi in prodotti da rendere efficienti e competitivi, perdendo la loro dimensione comunitaria. Aleksandr Dugin introduce invece il concetto di Stato-Civiltà, osservando come molti popoli rifiutino l’idea di un unico modello universale, rivendicando il diritto a percorsi storici e culturali autonomi. Carl Schmitt, infine, con la teoria dei “grandi spazi”, sottolinea l’impossibilità di un ordine mondiale regolato da un’unica norma valida per tutti, in un contesto segnato da visioni del mondo differenti.
Un punto centrale dell’opera, emerso con chiarezza anche nel dibattito di Amantea, è però la netta presa di distanza da ogni tentazione giustificazionista della violenza o dell’autoritarismo. Pellegrino insiste sulla necessità del dialogo e del confronto, indicando nella pluralità non una minaccia, ma una condizione strutturale del mondo contemporaneo. Riconoscere le identità, senza trasformarle in strumenti di conflitto, diventa così la sfida politica e culturale più urgente.
Il messaggio conclusivo del libro appare tanto sobrio quanto incisivo: il futuro non sarà uniforme, ma plurale. Un mondo composto da più comunità, più culture e più centri decisionali. La polis non ritorna come modello storico, ma come idea guida: il bisogno profondo dell’essere umano di appartenere a una comunità dotata di senso, radici e voce. In questa prospettiva, la vera questione del nostro tempo non è chi governa il mondo, ma come tornare a sentirsi parte di una comunità autentica. Una riflessione che, da Amantea, parla ben oltre i confini locali.










































