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Venezuela dopo Maduro: Rodriguez apre a Trump, tensioni regionali e appelli alla diplomazia

Dopo l’arresto di Nicolás Maduro, la presidente ad interim Del contando Delcy Rodríguez tende la mano agli Stati Uniti mentre crescono le frizioni con Colombia e Cina. L’Europa invoca il diritto internazionale, l’Italia segue il dossier detenuti

VENEZUELA – Il dopo-Maduro si apre in Venezuela sotto il segno di un fragile equilibrio internazionale. Alla guida del Paese, Delcy Rodríguez inaugura la sua presidenza ad interim con un messaggio diretto a Washington, mentre le parole e le mosse degli Stati Uniti alimentano reazioni a catena in America Latina e oltre. Tra richiami alla pace, accuse respinte e prese di posizione europee, il quadro resta complesso e in rapido movimento.

Rodríguez a Trump: dialogo sì, guerra no

Nel suo primo intervento ufficiale da presidente ad interim, pronunciato dopo la presidenza della prima riunione di gabinetto, Delcy Rodríguez ha scelto la via dell’apertura diplomatica. Rivolgendosi direttamente al presidente statunitense Donald Trump, lo ha invitato a “lavorare insieme” per costruire un rapporto fondato su “pace e dialogo, non guerra”, nel rispetto del diritto internazionale. Un messaggio che richiama una tradizione diplomatica latinoamericana attenta alla sovranità nazionale, ma che guarda anche al futuro, auspicando cooperazione e sviluppo condiviso.

La risposta di Trump e le nuove tensioni

La Casa Bianca, tuttavia, mantiene una linea muscolare. Trump ha ribadito che “sono gli Stati Uniti ad avere il controllo in Venezuela”, accompagnando l’affermazione con nuove minacce verbali rivolte a Colombia e Messico. Parole che hanno immediatamente irrigidito il clima regionale, già segnato dall’operazione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro.

Petro respinge le accuse: “Non sono un narcotrafficante”

Tra i più duri nel replicare al presidente americano c’è il colombiano Gustavo Petro. Accusato da Trump di legami con il narcotraffico, Petro ha definito le affermazioni “false”, sottolineando di non essere mai stato coinvolto in indagini giudiziarie sul tema. Il presidente progressista ha inoltre condannato l’intervento statunitense a Caracas, parlando di un’aggressione alla sovranità venezuelana e latinoamericana e ribadendo che “i conflitti tra i popoli devono essere risolti dai popoli stessi, in pace”.

Europa e America Latina: appelli alla via pacifica

Dall’Europa arriva un messaggio di cautela e legalità. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha affermato che la crisi venezuelana deve essere risolta “esclusivamente per vie pacifiche”, attraverso dialogo e negoziato, senza ingerenze esterne. Una posizione condivisa da Spagna, Brasile, Cile, Colombia, Uruguay e Messico, che in una nota congiunta hanno espresso preoccupazione per le azioni militari unilaterali, ritenute in contrasto con i principi fondamentali del diritto internazionale.

La posizione italiana: Tajani tra legittimità e tutela dei detenuti

Più articolata la posizione dell’Italia. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito “legittimo” l’intervento statunitense, sostenendo che tale valutazione emergerà nel processo a Maduro, anche alla luce di testimonianze dei servizi venezuelani. Al tempo stesso, Tajani ha ribadito che gli interventi militari non sono lo strumento ideale per risolvere le crisi e ha sottolineato l’impegno della Farnesina per la liberazione dei detenuti politici italiani in Venezuela, a partire da Alberto Trentini: “Stiamo tentando il possibile e l’impossibile”.

Cina e Groenlandia: reazioni oltre l’Atlantico

La crisi venezuelana ha eco anche fuori dal continente americano. La Cina ha assicurato che i propri interessi economici nel Paese saranno “protetti dalla legge”, ribadendo la contrarietà all’uso della forza e sostenendo il ruolo del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Anche la Groenlandia ha reagito alle parole di Trump, respingendo “fantasie di annessione” e chiedendo rispetto, pur dichiarandosi aperta al dialogo.

Il Venezuela entra così in una fase di transizione carica di incognite, in cui le aperture diplomatiche della nuova leadership si scontrano con una realtà geopolitica segnata da diffidenze e rivalità storiche. Come spesso accade nella regione, il passato pesa, ma il futuro dipenderà dalla capacità degli attori internazionali di privilegiare il diritto, il dialogo e la stabilità rispetto alla forza. Una lezione antica, che resta sorprendentemente attuale.