Enzo Bruno

Il lavoro come variabile tecnica o come fatto umano. È attorno a questa linea di frattura che si colloca la nuova vertenza dei call center legati a Enel, Enel X ed E-distribuzione, esplosa con lo sciopero che il 9 gennaio ha interessato Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria.

Una mobilitazione che riporta al centro del dibattito pubblico un settore fragile e strategico, fatto di appalti, diritti e continuità occupazionale. A prendere posizione è il consigliere regionale Enzo Bruno, capogruppo di “Tridico Presidente”, che parla senza mezzi termini di una “bomba sociale pronta a scoppiare”.

In piazza, nelle principali città calabresi, sono scesi lavoratrici e lavoratori impegnati nelle attività di customer care per una delle più grandi aziende energetiche del Paese. Un esercito silenzioso che, secondo le stime sindacali, coinvolge circa 7.000 addetti a livello nazionale, molti dei quali operano da anni garantendo un servizio essenziale a cittadini e imprese. La protesta nasce dal timore che i nuovi bandi e le riorganizzazioni in corso possano aggirare la clausola sociale, pilastro normativo che tutela il mantenimento dei livelli occupazionali nei cambi di appalto.

Le parole di Enzo Bruno

«Un’altra vertenza, un’altra bomba sociale pronta a scoppiare, capace di mettere a repentaglio la stabilità e il futuro di decine di lavoratori e lavoratrici e delle loro famiglie», afferma Bruno. «Quando si parla di commesse e contratti, non si parla solo di procedure, ma di persone. Uomini e donne, con storie, responsabilità e dignità che meritano rispetto». Un passaggio che chiarisce l’impostazione politica e culturale della presa di posizione: il lavoro non può essere ridotto a mera voce di bilancio. Clausola sociale e territorialità a rischio Il nodo centrale della vertenza riguarda il possibile superamento, se non l’elusione, della clausola sociale, a partire dal principio di territorialità.

«Oggi quell’equilibrio viene messo seriamente in discussione», prosegue il consigliere regionale, richiamando il rischio di trasferimenti forzati anche di centinaia di chilometri come condizione per conservare il posto di lavoro. Una prospettiva che, per molti addetti, equivale a una scelta obbligata tra occupazione e vita familiare, con ricadute profonde sul tessuto sociale dei territori coinvolti.

Il comparto dei call center in appalto è da anni un terreno di precarietà strutturale. Gare al massimo ribasso, cambi di gestore e incertezza contrattuale hanno spesso prodotto licenziamenti e ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali. «Non si tratta di una semplice riorganizzazione aziendale – sottolinea Bruno – ma di scelte che incidono profondamente sulla vita delle persone». Tornare indietro, avverte, significherebbe riaprire una stagione che il Paese conosce fin troppo bene.

Nel mirino del capogruppo di “Tridico Presidente” finisce anche il ruolo di Enel come grande gruppo a partecipazione pubblica. «Parliamo di un’azienda che vede una presenza significativa di soggetti pubblici nel proprio azionariato e che, proprio per questo, non può sottrarsi a una responsabilità sociale che va oltre il mero rispetto formale delle regole di mercato». Un richiamo che investe direttamente le istituzioni, chiamate a non restare spettatrici di dinamiche che rischiano di alimentare instabilità e disagio.

Le rivendicazioni dei lavoratori appaiono, nelle parole di Bruno, «legittime e chiare»: revisione immediata dei bandi di gara, piena applicazione della clausola sociale, tutela della territorialità e rispetto del contratto collettivo delle Telecomunicazioni recentemente rinnovato. Condizioni considerate indispensabili non solo per garantire continuità occupazionale, ma anche qualità del servizio e coesione sociale.