AMANTEA (Cs) – Il confine tra giustizia penale e misure di prevenzione torna al centro del dibattito giuridico con una decisione di particolare rilievo della Corte d’Appello di Reggio Calabria. I giudici della Sezione Misure di Prevenzione hanno accolto l’appello proposto da Giuseppe Suriano e Daniela Scalise – difesi dagli avvocati Yvonne Posteraro e Guido Contestabile – riformando il decreto del Tribunale che disponeva la sorveglianza speciale di pubblica sicurezza e la confisca di beni immobili. Una pronuncia articolata, che richiama principi consolidati della giurisprudenza di legittimità e chiarisce, ancora una volta, i limiti entro cui può essere affermata la pericolosità sociale.

Lo sviluppo della vicenda giudiziaria

Il provvedimento impugnato traeva origine dal procedimento penale noto come “Ares”, nel quale Suriano era stato imputato, a vario titolo, per ipotesi di estorsione e traffico di sostanze stupefacenti, nonché per il reato associativo previsto dal D.P.R. 309/1990. Nel corso degli anni, il quadro accusatorio si è progressivamente ridimensionato: sentenze di assoluzione, annullamenti con rinvio e, da ultimo, le decisioni della Corte di Cassazione hanno escluso la sussistenza dei fatti o la loro rilevanza penale, in particolare per quanto concerne l’associazione finalizzata al narcotraffico e il tentativo di importazione di cocaina dal Venezuela.

Nonostante ciò, il Tribunale di Reggio Calabria aveva ritenuto sussistente una pericolosità sociale, applicando la sorveglianza speciale e disponendo la confisca di un complesso di beni immobili ad Amantea, tra cui una villa, un garage, una piscina e un’area urbana pertinenziale. La difesa ha quindi proposto appello, contestando la mancanza di presupposti normativi e fattuali per l’applicazione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali.

La decisione della Corte d’Appello

Con decreto depositato nel gennaio 2025, la Corte d’Appello ha ribaltato integralmente il giudizio di primo grado. I giudici hanno richiamato il principio di autonomia del procedimento di prevenzione rispetto a quello penale, sottolineando tuttavia che tale autonomia non può tradursi in una contraddizione con esiti assolutori definitivi, soprattutto quando questi incidono sugli stessi fatti posti a fondamento della pericolosità.

In particolare, la Corte ha escluso che le condotte attribuite a Suriano possano integrare una pericolosità “qualificata” ai sensi dell’art. 4 del d.lgs. 159/2011, rilevando come i fatti accertati in sede penale abbiano natura occasionale e non abituale. Anche la cosiddetta pericolosità “generica”, prevista dall’art. 1, lett. b), dello stesso decreto, è stata ritenuta insussistente: non emergono, secondo i giudici, plurime e stabili condotte delittuose né la prova che i proventi illeciti costituissero una componente significativa e continuativa del reddito del proposto.

Di particolare rilievo è il passaggio in cui la Corte evidenzia che il “tenore di vita elevato” non può, da solo, fondare un giudizio di pericolosità, se non è supportato dall’accertamento di attività delittuose abituali e produttive di reddito. Un’affermazione che richiama una giurisprudenza ormai consolidata, ma che assume valore concreto in un territorio spesso segnato da un uso estensivo delle misure patrimoniali.

La revoca della confisca

Caduto il presupposto della pericolosità sociale personale, la Corte ha ritenuto consequenziale la revoca della confisca. In assenza di un valido giudizio di pericolosità, infatti, non può essere mantenuta una misura patrimoniale che, per sua natura, è accessoria e dipendente. Da qui l’ordine di immediata restituzione dei beni agli aventi diritto, compresi gli immobili acquistati nel 2009 e le pertinenze realizzate negli anni successivi.

La decisione della Corte d’Appello di Reggio Calabria si inserisce in un filone giurisprudenziale che mira a riequilibrare il rapporto tra prevenzione e garanzie individuali. Senza negare l’importanza delle misure di prevenzione nel contrasto alla criminalità organizzata, i giudici ribadiscono che esse non possono trasformarsi in una sanzione surrettizia, sganciata da fatti concreti e attuali.

In un contesto come quello calabrese, dove il tema della legalità si intreccia spesso con quello dei diritti fondamentali, il decreto rappresenta un richiamo alla precisione giuridica e al rispetto dei principi costituzionali. Un monito, forse, a non confondere il sospetto con la prova e la prevenzione con l’anticipazione della pena.