IRAN – Una cifra che, se confermata, segna uno spartiacque drammatico nella storia recente dell’Iran. Almeno 12mila persone, molte delle quali under 30, sarebbero state uccise durante la repressione delle proteste antigovernative. È quanto riporta Iran International, media di opposizione con sede a Londra, mentre la comunità internazionale osserva con crescente allarme una crisi che intreccia diritti umani, stabilità regionale e nuovi scenari geopolitici.
Secondo Iran International, il bilancio delle vittime deriverebbe da “un’analisi esclusiva di fonti e dati medici”, condotta in più fasi e basata su informazioni provenienti da diverse fonti, tra cui una ritenuta vicina al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano. La diffusione dei dati, spiega l’emittente, sarebbe stata volutamente ritardata fino alla “convergenza delle prove”. Il massacro, definito “il più grande nella storia contemporanea dell’Iran”, si sarebbe consumato in gran parte nelle notti dell’8 e 9 gennaio.
A rendere ancora più cupo il quadro è la denuncia dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, che ha dichiarato di essere “inorridito” dalla repressione in corso. In una nota ufficiale ha affermato: «L’uccisione di manifestanti pacifici deve cessare ed è inaccettabile etichettare i manifestanti come “terroristi” per giustificare la violenza contro di loro». Parole che suonano come una condanna senza appello delle pratiche adottate dalle autorità iraniane.
Sul terreno, intanto, l’uso di munizioni vere da parte delle forze di sicurezza si accompagna a un’ondata di arresti. L’organizzazione per i diritti umani Hengaw, citata dalla BBC, ha denunciato il caso di Efran Sultani, un manifestante di 26 anni arrestato giovedì scorso e già condannato a morte. Secondo l’organizzazione, la famiglia sarebbe stata informata che l’esecuzione avverrà domani, senza che siano mai stati comunicati né la data del processo né i capi d’accusa. «Non abbiamo mai visto un caso procedere così rapidamente», ha dichiarato alla BBC Awyar Shekhi di Hengaw. «Il governo sta usando ogni tattica a sua disposizione per reprimere le persone e diffondere la paura».
Sul piano internazionale, la tensione cresce. Il Dipartimento di Stato americano e l’Ambasciata virtuale degli Stati Uniti a Teheran hanno diffuso un avviso urgente invitando i cittadini statunitensi a “lasciare immediatamente” l’Iran, citando l’intensificarsi delle proteste, le violenze diffuse e il blocco di internet. L’allerta è arrivata mentre il Paese entrava nella terza settimana di manifestazioni, con centinaia di morti e migliaia di arresti secondo gruppi per i diritti umani e organi di stampa internazionali. Gli Stati Uniti, va ricordato, non dispongono di un’ambasciata o di un consolato in Iran.
Parallelamente, secondo quanto riferito dalla CBS citando funzionari del Dipartimento della Difesa, Donald Trump sarebbe stato informato su una vasta gamma di opzioni segrete e militari. Il New York Times scrive che il Pentagono starebbe presentando al presidente un ventaglio di ipotesi più ampio rispetto al passato: dagli attacchi informatici alle operazioni psicologiche, fino a possibili azioni contro l’apparato di sicurezza interno iraniano, ritenuto responsabile dell’uso di forza letale contro i manifestanti. Restano sul tavolo anche obiettivi sensibili come il programma nucleare e i siti di lancio dei missili balistici, sebbene qualsiasi intervento venga considerato ad alto rischio di rappresaglia.
Tra cifre sconvolgenti, condanne internazionali e manovre diplomatico-militari, l’Iran sembra avviarsi verso una delle fasi più buie della sua storia recente. La comunità internazionale è chiamata a interrogarsi non solo sulla veridicità e sulla portata di questi numeri, ma soprattutto su quale spazio resti per la tutela dei diritti fondamentali in un Paese dove la repressione appare sempre più sistematica. Il tempo delle dichiarazioni potrebbe non bastare più.









































