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Iran, oltre 12mila morti, scontro globale: Trump incita la piazza, Mosca avverte sugli attacchi

Dall’annuncio di Trump sull’“aiuto in arrivo” alla dura risposta russa: l’Iran al centro di una crisi che intreccia diritti umani, geopolitica e sicurezza internazionale

Donald Trump

IRAN – Oltre dodicimila morti, in larga parte giovani sotto i trent’anni (https://www.calabriainchieste.it/2026/01/13/iran-la-repressione-che-scuote-il-mondo-uccise-12mila-persone-nelle-proteste/). È la cifra che scuote la comunità internazionale e riporta l’Iran al centro di una delle crisi più gravi della sua storia recente. Le proteste antigovernative, represse con estrema durezza, hanno ormai travalicato i confini nazionali, innescando un confronto diretto tra Washington e Mosca e una crescente mobilitazione diplomatica in Europa e alle Nazioni Unite.

A fornire il dato più allarmante è Iran International, media di opposizione con sede a Londra, che parla del “più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran”, avvenuto in gran parte nelle notti tra l’8 e il 9 gennaio. La stima, spiegano i curatori editoriali, si basa su un’analisi approfondita di fonti e dati medici, verificata in più fasi e confermata dalla convergenza di informazioni provenienti anche da ambienti vicini al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano.

In questo contesto già esplosivo si inserisce l’intervento del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha apertamente incoraggiato i manifestanti. “Patrioti iraniani continuate a manifestare. Prendete il controllo delle istituzioni. Salvate i nomi di chi uccide e abusa, pagheranno un prezzo alto. Ho cancellato tutti gli incontri con i funzionari iraniani. L’aiuto è in arrivo”, ha dichiarato, rilanciando una linea di forte pressione politica e simbolica sul regime di Teheran.

Parole che hanno immediatamente suscitato reazioni. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, si è detto “inorridito” dalla repressione, definendo “inaccettabile” l’uccisione di manifestanti pacifici e l’etichettatura dei dissidenti come “terroristi” per giustificare la violenza. A rendere ancora più cupo il quadro, l’annuncio dell’imminente esecuzione di un manifestante di 26 anni, prevista per domani, che alimenta ulteriormente l’indignazione internazionale.

Sul piano operativo, Washington valuta le opzioni. Il Dipartimento di Stato ha diffuso un avviso urgente ai cittadini statunitensi presenti in Iran, invitandoli a lasciare immediatamente il Paese a causa dell’intensificarsi delle violenze, delle proteste diffuse e del blocco di internet. Secondo quanto riportato da CBS e New York Times, Trump è stato informato di una gamma di strumenti che includono attacchi informatici, operazioni psicologiche e, come estrema ipotesi, azioni militari mirate contro il programma nucleare iraniano o l’apparato di sicurezza interno. Qualsiasi intervento, tuttavia, comporterebbe il rischio di una rappresaglia e di un’ulteriore destabilizzazione regionale.

È su questo punto che interviene con fermezza la Russia. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha definito “categoricamente inaccettabili” le minacce di nuovi attacchi statunitensi contro l’Iran, avvertendo che un’azione militare avrebbe “conseguenze disastrose” per il Medio Oriente e per la sicurezza globale. Mosca accusa inoltre “forze straniere ostili” di sfruttare i disordini interni per destabilizzare e distruggere lo Stato iraniano, respingendo ogni tentativo di pressione economica o politica sui partner di Teheran.

Nel frattempo, anche l’Italia prende posizione. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato l’ambasciatore iraniano alla Farnesina, parlando di una repressione “assolutamente inaccettabile” e sottolineando come il dialogo non possa tradursi in una tolleranza passiva verso un regime che reprime con la violenza i propri cittadini.

Tra cifre drammatiche, appelli alla rivolta e minacce di escalation militare, la crisi iraniana si configura sempre più come un banco di prova per l’ordine internazionale. La storia insegna che le rivolte represse nel sangue raramente si spengono nel silenzio. La domanda, oggi, è se la comunità globale saprà fermarsi un passo prima di trasformare una tragedia interna in un conflitto dagli effetti imprevedibili.