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Naufragio di Cutro, la voce dei familiari e dei superstiti: «Siamo stati lasciati soli»

Alla vigilia del processo sul naufragio di Steccato di Cutro, una lettera-denuncia riaccende l’attenzione su giustizia, promesse mancate e ricongiungimenti familiari

La spiaggia di Steccato di Cutro

CUTRO (Kr) – C’è un tempo della memoria e un tempo della giustizia. A Steccato di Cutro, a quasi due anni dalla notte del 26 febbraio 2023, il primo continua a farsi carico di un dolore che non si attenua, mentre il secondo appare ancora sospeso. Alla vigilia dell’apertura del processo penale sul naufragio che costò la vita ad almeno 94 persone, tra cui 35 minorenni, familiari delle vittime e superstiti rompono di nuovo il silenzio con una lettera dura e accorata: “È difficile vivere senza giustizia”.

La lettera, diffusa dal collettivo Carovane Migranti, arriva nel momento in cui avrebbe dovuto aprirsi il dibattimento giudiziario sul naufragio di Steccato di Cutro. Un processo atteso, simbolico e concreto insieme, che vede imputati quattro militari della Guardia di finanza e due della Capitaneria di porto, chiamati a rispondere dei reati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Tuttavia, l’udienza fissata per il 14 gennaio non segnerà l’avvio dell’istruttoria: per motivi tecnici legati al cambio del collegio giudicante, servirà soltanto a stabilire una nuova data. Un rinvio che, pur procedurale, pesa come un macigno su chi da mesi attende risposte.

“È difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari che sono arrivati morti sulle vostre coste”, scrivono i firmatari. Parole che restituiscono la dimensione umana di una tragedia spesso compressa nei numeri: decine di vite spezzate, bambini di pochi mesi, famiglie intere inghiottite dal mare, un numero imprecisato di dispersi. A distanza di tempo, il dolore non si è trasformato in elaborazione, ma in una ferita aperta, aggravata dalla sensazione di essere stati dimenticati.

Nel testo emerge con forza la denuncia del mancato rispetto degli impegni assunti dalle istituzioni, in particolare sul fronte dei ricongiungimenti familiari. Promesse che, secondo superstiti e familiari, non hanno trovato alcuna concreta attuazione. “Ci fa più male di tutto la sensazione che vi siate dimenticati di noi”, si legge nella lettera, che sottolinea come alle parole del presidente del Consiglio e di altri esponenti politici non siano seguiti fatti tangibili. I ricongiungimenti in cui molti avevano creduto non si sono realizzati, così come altre misure annunciate nei mesi successivi alla strage.

Il naufragio di Cutro, nella sua drammaticità, è diventato nel tempo un simbolo del dibattito italiano ed europeo sulle politiche migratorie, sulla gestione delle frontiere e sulle responsabilità istituzionali. Ma per chi ha perso un figlio, un genitore, un fratello, il dibattito resta astratto se non si traduce in atti concreti: giustizia, verità, tutela dei diritti fondamentali. La paura, raccontano i superstiti, è che altre famiglie siano costrette a percorrere la stessa rotta, a rischiare il mare per poter piangere i propri cari su una tomba.

La lettera non è soltanto una denuncia, ma anche un annuncio. I superstiti promettono nuove mobilitazioni, dichiarando la volontà di tornare a Roma “con le unghie e con i denti”, per chiedere conto delle promesse infrante. L’obiettivo è chiaro: il prossimo anniversario della strage. “Vogliamo tornare il prossimo febbraio e non sentirci soli nella notte di Steccato di Cutro”, scrivono, evocando un mare che continua a restituire promesse e lacrime, ma non ancora risposte.

La vicenda giudiziaria del naufragio di Cutro seguirà i suoi tempi, dettati dalle regole del processo. Ma il tempo delle persone colpite da quella tragedia scorre diversamente: è fatto di attese, di anniversari che tornano, di parole non mantenute. La lettera dei familiari e dei superstiti non chiede compassione, ma responsabilità. Ricorda che senza giustizia la memoria si trasforma in solitudine, e che uno Stato credibile si misura anche dalla capacità di non voltarsi dall’altra parte quando il clamore mediatico si spegne.