CASTEL VOLTURNO – Sotto l’erba curata dei campi da golf di Castel Volturno potrebbe celarsi una storia lunga decenni, fatta di rifiuti speciali interrati, presunte complicità e procedimenti giudiziari deviati. È da questa ipotesi, tutt’altro che remota, che prendono le mosse le operazioni di scavo in corso da settimane nel territorio del comune casertano, un’area già segnata da profonde ferite ambientali e urbanistiche. Un’indagine che riporta al centro il tema della tutela del territorio e della legalità, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere.
Le ruspe sono entrate in azione nei terreni dove sorgono i campi da golf realizzati nell’area del Villaggio Coppola, complesso edilizio da tempo al centro di inchieste e ritenuto dagli inquirenti in gran parte abusivo. Le attività di scavo, condotte operativamente dai carabinieri, hanno già consentito di portare alla luce rifiuti in ferro, primo riscontro concreto che rafforza i sospetti investigativi.
A dare impulso decisivo agli accertamenti è stata un’intercettazione del 2018, acquisita agli atti dell’inchiesta sulla clinica Pineta Grande di Castel Volturno, procedimento che ha già generato un processo tuttora in corso. In quella conversazione, registrata nell’aprile di sette anni fa, un indagato — parlando in auto con un altro soggetto coinvolto — si vantava della propria capacità di influenzare il Comune, avvicinando funzionari ritenuti compiacenti.
Per rendere credibile la sua affermazione, l’uomo richiamava un episodio risalente al 1990, quando, a suo dire, sarebbe riuscito a far naufragare un procedimento penale relativo proprio all’interramento di rifiuti, avvenuto durante i lavori di realizzazione dei campi da golf. I lavori erano allora riconducibili all’imprenditore Cristoforo Coppola, figura centrale nella vicenda del Villaggio Coppola e delle celebri torri poi abbattute. Nell’intercettazione si fa riferimento anche al pagamento di una tangente di un milione e mezzo di lire all’allora comandante della Guardia Costiera di Castel Volturno, intervenuto dopo che scavi precedenti avevano già fatto emergere rifiuti speciali, successivamente fatti sparire.
È partendo da queste dichiarazioni, ritenute di particolare gravità e interesse investigativo, che la Procura ha disposto un ritorno sul luogo dei fatti. L’obiettivo è duplice: accertare l’eventuale presenza di rifiuti interrati e valutare l’impatto ambientale di eventuali condotte illecite, anche alla luce del tempo trascorso.
Il coordinamento dell’indagine è affidato alla Procura di Santa Maria Capua Vetere, guidata dal procuratore capo Pierpaolo Bruni, magistrato calabrese da sempre in prima linea nella lotta alle illegalità ambientali e alla criminalità economica. Bruni, già procuratore capo a Paola, in Calabria, più volte minacciato di morte anche dalla criminalità organizzata, è noto per un approccio rigoroso e sistematico alle inchieste più complesse, soprattutto quelle che intrecciano interessi economici, pubblica amministrazione e tutela del territorio. La sua azione si inserisce in una linea di continuità istituzionale che vede la magistratura impegnata a fare luce su vicende rimaste per anni sommerse, non solo metaforicamente.
Le operazioni di scavo a Castel Volturno non sono soltanto un atto investigativo, ma un segnale: il passato, anche quando sembra sepolto sotto strati di terra e silenzi, può e deve essere riesaminato. In un’area simbolo delle contraddizioni italiane tra sviluppo, abusivismo e ambiente, l’inchiesta coordinata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere riapre interrogativi profondi sulla responsabilità collettiva e sulla capacità dello Stato di recuperare verità e legalità. La terra restituisce ciò che nasconde: spetta alle istituzioni, e alla coscienza civile, decidere cosa farne.









































