REGGIO EMILIA – La criminalità organizzata continua a cercare spazio nell’economia legale del Nord, ma la risposta dello Stato resta ferma. Un’operazione congiunta di Guardia di Finanza e Polizia di Stato ha inferto un nuovo colpo alla cosca di ‘ndrangheta operante in Emilia, svelando la prosecuzione degli affari illeciti attraverso una società formalmente “pulita”, ma sostanzialmente controllata dal sodalizio mafioso.
Nella mattinata odierna, i militari della Guardia di Finanza del Comando provinciale di Reggio Emilia e la Squadra mobile della Questura reggiana, su delega della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna – Direzione distrettuale antimafia, hanno dato esecuzione a un’ordinanza di applicazione di misura cautelare personale e reale, emessa dal Gip distrettuale di Bologna, nonché a un ordine di esibizione documentale disposto dalla stessa Procura.
Il provvedimento riguarda il reato di trasferimento fraudolento di valori, aggravato dalla finalità di agevolare l’attività della cosca di ‘ndrangheta emiliana. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata notificata a un soggetto già detenuto e gravemente indiziato di essere un esponente del sodalizio mafioso. Contestualmente è stato disposto il sequestro preventivo di una società, con l’intero patrimonio aziendale, mentre un secondo soggetto risulta indagato a piede libero.
L’operazione rappresenta il naturale sviluppo dell’inchiesta convenzionalmente denominata “TEN”, avviata nel marzo 2025, che aveva portato a sei arresti per associazione di stampo mafioso e ad altri reati, oltre al sequestro di beni per oltre 300 mila euro, a fronte di un sistema di falsa fatturazione stimato in circa 1,8 milioni di euro. Le indagini avevano già fatto emergere una complessa architettura societaria, formalmente articolata ma di fatto riconducibile ai giovani membri della famiglia ‘ndranghetista, attiva in settori come il noleggio senza conducente, l’edilizia e i servizi collegati.
La prosecuzione dell’attività investigativa ha consentito di accertare il permanere dell’operatività del gruppo attraverso la costituzione di una nuova società di noleggio veicoli nella provincia di Reggio Emilia. La titolarità era stata fittiziamente attribuita a un prestanome, individuato nella moglie di uno degli indiziati di appartenenza alla cosca, mentre la gestione effettiva restava nelle mani del vero dominus, detenuto nel carcere di Vicenza. Una strategia finalizzata a eludere le misure di prevenzione patrimoniale e a garantire la continuità degli interessi economici del sodalizio.
Nel dettaglio, il sequestro ha riguardato l’intera società e tutti gli asset aziendali: quote societarie, conti correnti, crediti, beni strumentali, denominazione e avviamento commerciale, oltre alle autorizzazioni amministrative necessarie all’esercizio dell’attività.
L’operazione conferma come il contrasto alla ‘ndrangheta non passi soltanto dalle manette, ma anche dalla difesa dell’economia legale. Colpire i patrimoni e smascherare le intestazioni fittizie significa impedire alla criminalità organizzata di radicarsi nel tessuto produttivo sano. Una lezione antica, ma sempre attuale: seguire i soldi resta il modo più efficace per indebolire le mafie, anche – e soprattutto – lontano dai territori di origine.









































