LAMEZIA TERME (CZ) – Oltre tre secoli di carcere complessivi. È la richiesta formulata dal pubblico ministero Romano Gallo al giudice per l’udienza preliminare di Lamezia Terme nei confronti dei 35 imputati del processo “Artemis”, che hanno optato per il rito abbreviato. Una cifra che, più dei numeri, restituisce la portata di un’indagine che ha scavato a fondo in un presunto sistema criminale articolato, radicato e capace di muoversi su più livelli, dal controllo del territorio agli affari illeciti, fino ai rapporti con settori dell’economia e della pubblica amministrazione.
Il procedimento trae origine dall’inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nel 2021, una delle operazioni più rilevanti degli ultimi anni nel comprensorio lametino e nelle aree limitrofe. Secondo l’impianto accusatorio, gli imputati avrebbero preso parte, a vario titolo, a un sodalizio di stampo mafioso strutturato, dotato di una precisa gerarchia interna e di una capacità operativa estesa a numerosi ambiti criminali.
Le contestazioni mosse dalla Dda delineano un quadro particolarmente ampio: associazione mafiosa, traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, corruzione, falso ideologico, ricettazione, incendio doloso, danneggiamento fraudolento dei beni assicurati, favoreggiamento personale, falsa testimonianza e concorrenza illecita. Un catalogo di reati che, nella ricostruzione dell’accusa, non rappresenterebbe una sommatoria episodica di condotte, ma l’espressione coerente di un sistema organizzato e funzionale al rafforzamento del potere del gruppo criminale.
Al vertice del sodalizio, secondo la Direzione distrettuale antimafia, vi sarebbe Domenico Cracolici, indicato come capo e promotore dell’organizzazione. Accanto a lui, in un ruolo di primo piano, i figli Giuseppe e Matteo Cracolici, ritenuti parte integrante della struttura decisionale e operativa del gruppo. Una leadership familiare che, sempre secondo l’accusa, avrebbe garantito continuità, controllo e capacità di coordinamento delle attività illecite.
La scelta del rito abbreviato da parte dei 35 imputati ha consentito di concentrare il procedimento nella fase preliminare, con l’acquisizione degli atti d’indagine e la discussione sulle responsabilità penali senza il dibattimento ordinario. In questo contesto si collocano le richieste del pm Romano Gallo, che ha sollecitato condanne complessive superiori ai 315 anni di reclusione, con pene differenziate in base ai ruoli e alle singole imputazioni.
Dal punto di vista giudiziario, la fase attuale rappresenta un passaggio cruciale. Le conclusioni dell’accusa segnano infatti la chiusura di un ciclo investigativo complesso, durato anni, che ha impegnato magistratura e forze dell’ordine in un lavoro di ricostruzione minuziosa di rapporti, flussi economici, episodi criminali e presunti intrecci con il tessuto sociale ed economico del territorio.
In particolare, le richieste di condanna del pm sono: Bruno Bertucci a 6 anni di carcere; Domenico Gian Luigi Bonali 4 anni e 8 mesi; Simone Bonali 2 anni; Bruno Cappellano 14 anni e 3 mesi; Pasquale Cappello 6 anni e 8 mesi; Simone Caruso 16 anni; Francesco Catalano 6 anni e 6 mesi; Antonio Cimino 12 anni e 4 mesi; Francesco Cimino 16 anni e 6 mesi; Salvatore Cimino 7 anni e 6 mesi; Daniel Costa 10 anni; Domenico Cracolici 20 anni; Giuseppe Cracolici (1996) 8 anni; Giuseppe Cracolici (2002) 7 anni e 20 giorni; Loredana Cracolici 7 anni; Matteo Cracolici 9 anni e 4 mesi; Luigi Cutrì 10 anni; Giovambattista De Sarro 8 anni e 6 mesi; Antonio Giampà 2 anni e 2 mesi; Antonio Guadagnuolo 8 anni; Alessandro Guerrieri 1 anno e 4 mesi; Salvatore Iannelli 15 anni; Moreno Mastantuono 13 anni; Mazza Renato 2 anni; Antonio Pagliuso 5 anni e 4 mesi; Francesco Paolillo 7 anni e 4 mesi; Vincenzo Pulice 18 anni; Bruno Regio 1 anno e 4 mesi; Alessandro Ruga 10 anni; Antonino Saffioti 14 anni; Giuseppe Saffioti 7 anni e 4 mesi; Carlo Schipani 1 anno e 4 mesi; Giuseppe Schipani 12 anni e 2 mesi; Massimo Stella 7 anni e 4 mesi; Fabio Vescio 20 anni.









































