PALMI (RC) – Un conto pesante, che fotografa la determinazione dello Stato nel contrasto alla ’ndrangheta. Davanti al Tribunale di Palmi, la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha formulato richieste di condanna per un totale che sfiora i 200 anni di carcere nei confronti dei 16 imputati del processo “Hybris”, uno dei procedimenti più rilevanti degli ultimi anni nel panorama giudiziario calabrese. Al centro, un quadro accusatorio che intreccia ruoli, responsabilità e dinamiche criminali radicate nel territorio.
La requisitoria del pubblico ministero si è chiusa con richieste di pene severe per gli imputati ritenuti ai vertici o comunque centrali nel sistema criminale oggetto del processo. Spiccano, in particolare, le richieste di 30 anni di reclusione ciascuno per Rocco Delfino e Antonio Zito, considerate figure apicali nell’impianto accusatorio. A seguire, 26 anni sono stati chiesti per Ernesto Madafferi, 25 anni per Cosimo Romagnosi, classe 1960, e 15 anni per Rosario Mazzaferro.
Nel dettaglio, il pm ha invocato la condanna di Andrea Alampi a 5 anni e otto mesi, Antonio Albanese a 8 anni, Salvatore Carbone a 7 anni e tre mesi, Giuseppe Coronese a 7 anni, Carmela De Gori a 7 anni, Antonio Franza a 10 anni, Antonio Ieraci a 3 anni, Maria Martino – moglie del boss di Gioia Tauro Giuseppe Piromalli, noto come “Pino” – a 7 anni e sei mesi, Vincenzo Simone Minniti a 2 anni, Francesco Benito Palaia a 9 anni e sei mesi e Gaetano Verga a 8 anni e dieci mesi.
Un elenco che restituisce la complessità del procedimento e la varietà delle posizioni esaminate nel corso del dibattimento, frutto di un’articolata attività investigativa che, secondo l’accusa, avrebbe consentito di ricostruire assetti e strategie di un contesto criminale strutturato e pervasivo. La Procura ha sottolineato la gravità dei fatti contestati, evidenziando come le condotte contestate abbiano inciso non solo sull’ordine pubblico e sulla sicurezza, ma anche sul tessuto economico e sociale del territorio.
Accanto alle richieste di condanna, la Dda ha avanzato al collegio giudicante ulteriori istanze di rilievo. In particolare, è stata chiesta la confisca dei beni sequestrati ad Antonio Zito, nonché di un appartamento di proprietà di Salvatore Delfino. Misure patrimoniali che si inseriscono nella strategia, ormai consolidata, di colpire le organizzazioni mafiose anche sul piano economico, sottraendo risorse e patrimoni ritenuti frutto o strumento di attività illecite.
Non meno significativa la richiesta di trasmissione degli atti alla Procura per l’ipotesi di falsa testimonianza nei confronti di quattro testimoni ascoltati durante il dibattimento. Un passaggio che richiama l’attenzione sul delicato tema della collaborazione processuale e sull’obbligo, per chi è chiamato a testimoniare, di contribuire all’accertamento della verità senza reticenze o alterazioni dei fatti.
Con la conclusione della requisitoria si apre ora una nuova fase del processo. Nei prossimi giorni, infatti, prenderanno la parola i difensori degli imputati per le arringhe, prima che il collegio del Tribunale di Palmi si ritiri in camera di consiglio. La sentenza di primo grado è attesa al termine di questo percorso, in un clima di grande attenzione mediatica e istituzionale.









































