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Una flebo appiccicata al muro: l’immagine che racconta la sanità calabrese meglio di mille parole

Il post della giornalista reggina Tiziana Barillà diventa simbolo delle criticità strutturali negli ospedali del Sud e riaccende il dibattito su responsabilità e diritti

Foto pagina Facebook Tiziana Barillà

REGGIO CALABRIA – C’è un’immagine che, più di molte analisi e statistiche, riesce a raccontare lo stato di una parte fondamentale del Paese. Una flebo attaccata ad un muro degradato con del nastro adesivo, fotografata in un pronto soccorso e postata sulla pagina social della giornalista reggina Tiziana Barillà. Uno scatto essenziale, quasi brutale nella sua semplicità, che ha rapidamente attirato l’attenzione di tanti utenti, diventando un simbolo delle difficoltà quotidiane vissute nella sanità calabrese.

Nel post che accompagna la foto, Barillà chiarisce subito il senso della sua testimonianza: non una denuncia contro medici o infermieri, ma un riconoscimento al loro impegno. «Questa immagine vuole essere un encomio al personale del pronto soccorso degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria», scrive la giornalista, sottolineando come gli operatori sanitari siano costretti “a inventarsi di tutto per assistere i pazienti” e lo facciano “con il sorriso, nonostante tutto”. Parole che restituiscono dignità a chi lavora in prima linea, spesso in condizioni limite, supplendo con professionalità e umanità a carenze strutturali evidenti.

Ma il post non si ferma all’elogio. La riflessione si fa più aspra quando l’attenzione si sposta sulle responsabilità politiche e istituzionali. Barillà parla di una “invettiva muta”, di parole finite, rivolte contro “uno Stato e una classe dirigente” che, a suo giudizio, guardano al Sud più come a una riserva da sfruttare che come a un territorio da tutelare. È qui che l’immagine della flebo diventa metafora: un sistema sanitario tenuto in piedi con soluzioni di fortuna, mentre il racconto pubblico insiste su grandi opere e slogan rassicuranti.

Il riferimento alla “Calabria meravigliosa del turismo e del Ponte” apre una frattura narrativa evidente. Da un lato, la promozione di un Sud attrattivo, fatto di bellezze naturali e prospettive infrastrutturali; dall’altro, la realtà quotidiana di chi si affida agli ospedali per un diritto fondamentale come la salute. La distanza tra queste due rappresentazioni è ciò che rende lo scatto così potente e, al tempo stesso, così difficile da ignorare.

Non è la prima volta che immagini provenienti dai pronto soccorso calabresi finiscono al centro del dibattito pubblico. Da anni, rapporti ufficiali, inchieste giornalistiche e denunce delle associazioni di categoria segnalano carenze di personale, strutture obsolete, liste d’attesa interminabili e una gestione commissariale che, pur nata per risanare, fatica a produrre risultati percepibili dai cittadini. Tuttavia, la forza dei social media sta proprio nella capacità di condensare queste criticità in un simbolo immediato, capace di parlare a un pubblico vasto e trasversale.

Il valore del post di Barillà risiede anche nella sua sobrietà. Non c’è spettacolarizzazione del disagio, né ricerca dello scandalo fine a sé stesso. C’è, piuttosto, la volontà di mostrare ciò che normalmente resta invisibile: l’adattamento continuo, quasi creativo, di chi opera in corsia per garantire assistenza nonostante tutto. In questo senso, la flebo fissata con il nastro adesivo non rappresenta solo una mancanza, ma anche una resistenza silenziosa.

Resta, inevitabile, la domanda che l’immagine lascia sospesa: fino a quando un sistema pubblico può reggersi sull’abnegazione dei singoli? E soprattutto, è accettabile che il diritto alla salute dipenda dalla capacità di “arrangiarsi” di chi lavora negli ospedali? La sanità, per definizione, dovrebbe essere il luogo della certezza, non dell’improvvisazione.

La riflessione che emerge da questa vicenda va oltre i confini della Calabria e chiama in causa il rapporto tra narrazione politica e vita reale. Raccontare i territori significa anche assumersi la responsabilità di affrontarne le fragilità, senza nasconderle dietro immagini patinate. La foto condivisa da Tiziana Barillà, con il suo “amen” finale, non chiede compassione, ma consapevolezza. E forse proprio da questa consapevolezza può nascere un dibattito più onesto sul futuro della sanità pubblica nel Mezzogiorno.