PALMI (RC) – A Palmi il tempo si è fermato, ancora una volta, nel segno della memoria. A trentadue anni dall’agguato che costò la vita agli appuntati scelti Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, medaglie d’oro al valor militare, l’Arma dei Carabinieri e l’intera comunità istituzionale hanno reso omaggio a due servitori dello Stato caduti durante un controllo di routine, trasformato in una trappola mortale dalla ferocia criminale.
Era la notte del 18 gennaio 1994 quando, lungo l’allora A-2 Salerno–Reggio Calabria, all’altezza del chilometro 420, i due militari dell’Aliquota Radiomobile della Compagnia di Palmi notarono un’auto sospetta e si avvicinarono per un controllo. Da quell’autovettura partirono numerosi colpi di arma da fuoco che non lasciarono scampo ai carabinieri. Un’esecuzione che le indagini successive inserirono nel quadro più ampio della strategia stragista e intimidatoria portata avanti, negli anni Novanta, dalle cosche di ’ndrangheta calabrese in sinergia con la mafia siciliana, in una fase storica segnata da un attacco frontale alle istituzioni repubblicane.
La commemorazione odierna si è svolta alla presenza del Generale di Divisione Riccardo Sciuto, comandante della Legione Carabinieri “Calabria”, insieme alle autorità civili, militari e giudiziarie e ai familiari delle vittime. Un momento di raccoglimento che ha avuto inizio nella Chiesa di San Rocco, a Palmi, con la celebrazione eucaristica officiata da S.E.R. Mons. Giuseppe Alberti, vescovo della Diocesi di Oppido Mamertina–Palmi. Parole di suffragio e di riflessione, che hanno richiamato il valore del sacrificio e la responsabilità collettiva nel custodirne il senso.
La cerimonia è poi proseguita con la deposizione di una corona d’alloro presso l’area di sosta dell’autostrada, prima dell’uscita di Scilla, luogo dell’attentato e oggi sede del monumento dedicato ai due carabinieri. Un gesto sobrio ma denso di significato, che rinnova il legame tra il territorio e chi ha pagato con la vita l’adempimento del dovere.
Non si è trattato di un rito formale.
La presenza costante dei colleghi in servizio e dei familiari di Fava e Garofalo ha testimoniato, ancora una volta, quell’inscindibile vincolo che attraversa il tempo e unisce l’Arma: chi indossa oggi l’uniforme, chi l’ha indossata fino all’estremo sacrificio e chi convive ogni giorno con l’assenza di un padre, di un marito, di un figlio. È una memoria che non si consuma, ma si rinnova, diventando patrimonio civile.
Ricordare Fava e Garofalo significa anche collocare il loro sacrificio nel contesto storico di un’Italia ferita ma non piegata. Gli anni Novanta furono segnati da una violenza mafiosa che mirava a destabilizzare lo Stato, colpendo simboli e uomini delle istituzioni. In quel disegno criminale, i due carabinieri rappresentavano ciò che le mafie temevano di più: la presenza quotidiana, silenziosa e determinata dello Stato sul territorio.
A distanza di oltre tre decenni, la commemorazione di Palmi assume un valore che va oltre il ricordo. È un richiamo alla continuità dell’impegno per la legalità, alla necessità di non abbassare la guardia, ma anche alla capacità dello Stato di fare memoria senza retorica, affidandosi alla sobrietà dei gesti e alla forza dei simboli.










































