La Direzione investigativa Antimafia

MACERATA – Il tempo dei riflettori, per alcuni, non si spegne mai del tutto. A distanza di anni dalla stagione delle grandi collaborazioni con la giustizia, il nome di Antonio Cicciù torna oggi nelle cronache giudiziarie, segnando quello che appare come un definitivo crepuscolo personale e giudiziario. Lo storico personaggio della ’ndrangheta della Sibaritide, un tempo “azionista” temuto e poi collaboratore di giustizia, è stato arrestato dai carabinieri nelle Marche, dove viveva da tempo.

L’operazione è scattata a Potenza Picena, nel Maceratese. Durante un controllo, i militari hanno trovato Cicciù in possesso di un revolver e del relativo munizionamento, detenuti illegalmente. Un dettaglio tutt’altro che marginale per un uomo che, dopo aver scelto la via della collaborazione, avrebbe dovuto mantenere un profilo irreprensibile. La violazione gli è costata l’immediata assegnazione agli arresti domiciliari.

Ma l’inchiesta non si ferma qui. Parallelamente, l’azione investigativa ha coinvolto anche due dei suoi figli, Domenico, 36 anni, e Cataldo, 42, arrestati per fatti di ben altra portata. I due sono accusati di far parte di un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Un’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Ancona, che disegna un quadro articolato e inquietante, capace di intrecciare vecchie ombre familiari e nuove rotte criminali.

Secondo i pubblici ministeri, sarebbe stato proprio Cataldo Cicciù a ricoprire il ruolo di “capo e promotore” del sodalizio. Un’accusa pesante, che lo colloca al vertice dell’organizzazione e ne delinea la capacità di coordinare traffici e rapporti su più territori. Per lui, fermato a Cariati, paese d’origine della famiglia, e per il fratello Domenico si sono aperte le porte del carcere.

In totale sono nove le persone coinvolte nell’operazione. Un gruppo eterogeneo per provenienza geografica, ma accomunato – secondo gli inquirenti – da un interesse comune nel traffico di droga. Cinque gli indagati pugliesi: Mario Zoila, 41 anni, e Angelo Buffalo, 40, entrambi di Lucera; Pierluigi Tetta, 42, di Foggia; Salvatore Vicino, 45, di Gravina. A loro si aggiunge Romeo Bakalli, 45 anni, cittadino albanese, nato nel cosiddetto “Paese delle Aquile”.

Completa il quadro il coinvolgimento di due residenti nel Maceratese: Massimiliano Isidori, 56 anni, e Cristina Montali, 51, titolare di una tabaccheria e compagna di Cataldo Cicciù. Una presenza che, secondo le accuse, avrebbe garantito appoggi logistici e relazionali utili all’attività del gruppo.

L’inchiesta mette in evidenza un dato ormai ricorrente nelle più recenti operazioni antimafia: la capacità delle organizzazioni criminali di adattarsi, spostarsi, mimetizzarsi in contesti apparentemente lontani dai tradizionali epicentri mafiosi. Le Marche, come altre regioni del Centro-Nord, diventano così snodi silenziosi di traffici che affondano le radici nel Sud ma si sviluppano lungo direttrici nazionali e internazionali.

Colpisce, in questa vicenda, la parabola discendente di Antonio Cicciù. Da figura centrale della criminalità organizzata calabrese a collaboratore di giustizia, fino a un nuovo arresto per un’arma detenuta illegalmente: un gesto che riapre interrogativi sulla reale capacità dello Stato di “recuperare” fino in fondo chi ha scelto di rompere con il passato criminale.