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Ddl stupri senza consenso, la denuncia di Rossana Battaglia: «Non è una svista, è una scelta politica»

La coordinatrice regionale del Movimento Difesa del Cittadino accusa il Parlamento di un arretramento culturale e giuridico sui diritti delle donne

L'onorevole Giulia Bongiorno

ROMA – Nel dibattito sul nuovo disegno di legge in materia di violenza sessuale, una parola è scomparsa dal testo normativo e con essa, secondo molte voci critiche, un principio fondamentale di civiltà giuridica: il consenso. A sollevare con forza la questione è Rossana Battaglia, coordinatrice regionale per le pari opportunità e la violenza sulle donne del Movimento Difesa del Cittadino, che parla apertamente di una scelta politica consapevole e non di un errore tecnico.

«Questa volta la manina ha nome e cognome», afferma Battaglia, chiamando in causa la senatrice Giulia Bongiorno, indicata come la responsabile della modifica normativa che ha eliminato il riferimento esplicito al consenso dal ddl stupri. Un passaggio che, per l’avvocata e attivista, non può essere derubricato a svista redazionale o a semplice aggiustamento lessicale. «Toglierlo non è un dettaglio – sottolinea – è una scelta».

Il nodo centrale, secondo Battaglia, è proprio qui: il consenso non è un orpello ideologico né uno slogan politico, ma una categoria giuridica chiara, già adottata in numerosi ordinamenti europei. La sua eliminazione dal testo di legge comporta un cambio di prospettiva profondo, che rischia di riportare l’attenzione non sulla volontà della persona offesa, ma sul comportamento dell’autore del reato e, indirettamente, sulla condotta della vittima.

In assenza di un riferimento esplicito al consenso, spiega, il rischio è quello di tornare a interrogativi tristemente noti: quanto ha resistito la vittima, se ha detto “no” in modo sufficientemente chiaro, se avrebbe potuto fuggire, se era lucida, se aveva bevuto. Domande che, nella pratica giudiziaria e nel dibattito pubblico, finiscono per trasformarsi in un processo alla persona che denuncia, prima ancora che ai fatti contestati.

«Da avvocata faccio fatica a chiamarla una riforma. Da donna faccio fatica a non chiamarla un arretramento. Da cittadina faccio fatica ad accettarla», scrive Battaglia in una riflessione che intreccia competenza tecnica e responsabilità civile. La critica non è rivolta solo al contenuto della norma, ma al segnale culturale che essa invia: la preferenza per una zona grigia, per una mediazione che evita di prendere una posizione netta su cosa costituisca violenza sessuale.

Il principio che molte associazioni e giuristi invocano è semplice e lineare: se non c’è un sì libero, informato e revocabile, c’è violenza. Un criterio che sposta il baricentro della tutela sulla libertà e sull’autodeterminazione della persona, riducendo l’ambiguità interpretativa e rafforzando la protezione delle vittime. Togliere il consenso dal testo di legge, secondo Battaglia, significa invece temere un presunto “eccesso di tutela” più dell’assenza di tutela stessa.

La questione assume un peso ancora maggiore nel contesto politico e istituzionale attuale, in cui il tema della violenza di genere continua a registrare numeri allarmanti e a interrogare la credibilità delle risposte legislative. Una legge che non nomina il consenso, osserva Battaglia, può forse amministrare e mediare, ma non protegge davvero. E su un crimine come lo stupro, non prendere posizione equivale già a una scelta.

Il dibattito sul ddl stupri riapre così una domanda cruciale per il legislatore e per la società: è possibile contrastare efficacemente la violenza sessuale senza mettere al centro il consenso? La riflessione sollevata da Rossana Battaglia chiama in causa non solo il diritto penale, ma il modello culturale che si intende affermare. Perché, come ricorda l’attivista, la chiarezza non è un eccesso: è una responsabilità.