CETRARO (Cs) – A Cetraro il timone criminale resta sempre nelle stesse mani. Quello che emerge dall’ultima inchiesta della Dda di Catanzaro sulla latitanza di Luca Occhiuzzi non è solo un elenco di arresti, ma una fotografia nitida del potere criminale sulla costa. La storica cosca Muto non ha mai mollato la presa.
Nonostante i colpi durissimi subiti negli anni, nonostante quel “marchio di fabbrica” confermato persino dalla Cassazione nel 2022, il “Re del pesce” rimane – secondo la Dda – l’unico vero padrone e dominatore.
C’era un’ipotesi ambiziosa dietro l’indagine dei Carabinieri di Cosenza, e cioè che Giuseppe Scornaienchi avesse fondato una sua “succursale” della ‘ndrangheta, una cosca autonoma capace di camminare con le proprie gambe. Ipotesi stroncata dal giudice. Carte alla mano, per il Gip non ci sono gli elementi per dire che sia nata una nuova famiglia mafiosa: «Scornaienchi non è un boss autonomo».
Scornaienchi resta un nome pesante, lo dicono i suoi precedenti per droga e le condanne dell’operazione “Overloading” e i collaboratori di giustizia lo descrivono come un uomo di spessore dentro l’universo dei Muto. Ma per chiamarla “cosca” serve altro: serve un controllo del territorio che, al momento, pare restare saldamente nelle mani della vecchia guardia. Niente “nuovo clan”, dunque, almeno per ora.
Al centro dei riflettori resta Luca Occhiuzzi. Per gli inquirenti è il braccio destro di Scornaienchi, un uomo capace di muoversi con modalità mafiose, come sospettato anche per quel tentato omicidio del 2023, nei confronti del buttafuori di un locale a Belvedere Marittimo, che ancora pesa sulla sua fedina. Ma proprio perché è caduta l’accusa di una “nuova cosca” autonoma, anche la sua posizione per il reato di associazione mafiosa (416 bis c. p.) è stata ridimensionata dal giudice, che ha rigettato la richiesta cautelare per quel capo specifico.
Ma se Occhiuzzi è rimasto un fantasma per mesi, non è stato per fortuna. L’inchiesta entra nelle case e nelle famiglie di Cetraro scoprendo una rete di fiancheggiatori, in gran parte suoi parenti stretti, che lo ha blindato e protetto durante la latitanza, finita con l’arresto il 15 febbraio 2025, in un appartamento del centro storico cetrarese. Telefonate criptiche, appuntamenti clandestini, una fedeltà assoluta hanno permesso a Occhiuzzi di sfuggire ai radar dei Carabinieri fino a pochi giorni fa.
Il verdetto che esce tra le pieghe dell’ordinanza è un segnale amaro per il territorio. A Cetraro la ‘ndrangheta non è un ricordo del passato, ma un sistema che controlla ancora tutto, pesca, ristorazione, lavanderie, locali notturni, fino alla cocaina che viaggia lungo la costa. La magistratura sceglie la linea del rigore: non si inventano nuove cosche dove non ci sono prove schiaccianti, ma non si fanno sconti a nessuno. La sensazione, però, è che sotto la cenere il fuoco dei Muto continui a bruciare, pronto a riprendersi tutto ogni volta che lo Stato allenta la guardia.
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