La Corte d'Appello di Catanzaro

CATANZARO – L’indagine “Overture”, coordinata all’epoca dai magistrati antimafia guidati da Vincenzo Capomolla – oggi procuratore della Repubblica di Cosenza – aveva delineato l’esistenza di due gruppi criminali attivi nel traffico di droga e nel racket delle estorsioni, capaci di operare in modo fluido sull’area urbana compresa tra il capoluogo bruzio e Rende.

Nessuna linea di demarcazione, nessuna competizione territoriale: solo affari, controllo del territorio e gestione sistematica delle attività illecite.

Un impianto accusatorio complesso, costruito su intercettazioni, riscontri investigativi e dinamiche associative, che nel tempo ha superato il vaglio dei giudici di primo grado e che ora viene sostanzialmente confermato anche in appello, rafforzando il valore giudiziario e simbolico dell’inchiesta.

I giudici della Corte di Appello di Catanzaro hanno confermato le condanne per numerosi imputati ritenuti responsabili, a vario titolo, delle attività criminali contestate. Tra questi figurano Alfonsino Falbo, condannato a 17 anni di reclusione, Vincenzo Laurato (10 anni e 8 mesi), Giuseppina Carbone (6 anni e 10 mesi), Gianfranco Fusaro (6 anni e 8 mesi), Manuel Forte (6 anni e 9 mesi), Gaetano Bartone (6 anni e 9 mesi) e Vittorio Imbrogno (2 anni e 8 mesi).

Confermate anche le pene per Francesco Amendola (un anno e 6 mesi), Gianluca Stocchetti (un anno e 6 mesi), Carmine Lio (3 anni e 20 giorni) e Umberto Mazzei (10 mesi). Tutti sono stati inoltre condannati al pagamento delle spese processuali, a ulteriore suggello della responsabilità accertata.

La Corte ha invece proceduto a una rideterminazione delle pene per alcuni imputati. Pietro Mazzei è stato condannato a 3 anni di reclusione; Ottavio Mignono a un anno, 4 mesi e 20 giorni; Riccardo Gaglianese a 15 anni e 6 mesi. Rideterminate anche le condanne di Egidio Cipolla e Cesare Quarta, entrambi a 6 anni e 7 mesi, e di Massimo Fortino, a un anno e 2 mesi.

Va ricordato che nell’aprile scorso Gianfranco Sganga, indicato dall’accusa come il presunto capo di uno dei due gruppi criminali disarticolati, aveva già concordato in appello una pena a 5 anni di reclusione.

Il quadro giudiziario si completa con alcune assoluzioni. Alfredo Fusaro è stato assolto “per non aver commesso il fatto”, mentre Dimitri Bruno “perché il fatto non sussiste”. I giudici d’appello hanno inoltre dichiarato il “non doversi procedere” nei confronti di Mario Esposito, Francesco Le Piane, Alessandro Esposito e Claudio Altomare per la riqualificata ipotesi di tentate lesioni, a causa del difetto di querela. Per questo specifico capo d’imputazione, lo stesso esito è stato pronunciato anche per Quarta e Cipolla, già condannati per altri reati.

La decisione della Corte d’appello di Catanzaro non è solo l’epilogo di un articolato procedimento giudiziario. È anche la conferma di una lettura strutturale del fenomeno criminale nell’area urbana di Cosenza e Rende: un territorio integrato nei servizi, nella mobilità e – come dimostrano le sentenze – purtroppo anche nelle infiltrazioni criminali. Una realtà che richiama le istituzioni, la politica e la società civile a una riflessione più ampia: perché se la criminalità organizzata ha saputo superare i confini comunali con naturalezza, la risposta dello Stato deve continuare a muoversi con la stessa determinazione, sul terreno della legalità e della prevenzione.