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Violenza contro i medici, l’allarme dello SMI Calabria: appello a Prefetto e ASP di Vibo Valentia

Dopo il tentativo di aggressione al Pronto soccorso di Tropea, il Sindacato Medici Italiani chiede misure urgenti e un nuovo patto di rispetto

VIBO VALENTIA – Un clima che si fa sempre più teso, episodi che non possono essere archiviati come fatti isolati, un sistema che chiede risposte immediate. La violenza contro i medici e gli operatori sanitari torna al centro dell’attenzione in Calabria, e in particolare nel Vibonese, dopo il grave episodio avvenuto nei giorni scorsi al Pronto soccorso dell’ospedale di Tropea. A intervenire con una presa di posizione netta è il Sindacato Medici Italiani (SMI) della Calabria, che ha indirizzato una formale richiesta di intervento al Prefetto di Vibo Valentia e ai Commissari straordinari dell’Azienda sanitaria provinciale.

La vicenda che ha fatto da detonatore è quella che ha visto coinvolta la dottoressa Alessia Piperno, in servizio al Pronto soccorso di Tropea e delegata sindacale dello SMI. Secondo quanto ricostruito nella lettera inviata alle autorità, la professionista, dopo aver visitato una paziente e valutato una condizione clinica stabile, aveva ritenuto comunque opportuno richiedere una consulenza neurologica presso l’ospedale di Vibo Valentia e disporre il trasferimento con ambulanza non medicalizzata. Una scelta clinica prudenziale, maturata nell’esclusivo interesse della paziente.

A distanza di alcune ore, però, la dottoressa sarebbe stata contattata telefonicamente da un dipendente dell’ospedale di Tropea, addetto alle caldaie e parente della paziente, che avrebbe iniziato a contestare in modo aggressivo l’operato medico, arrivando a inveire contro di lei. L’uomo avrebbe poi raggiunto fisicamente la stanza della dottoressa, tentando un’aggressione, sventata solo grazie all’intervento di altri medici e operatori sanitari presenti. L’episodio è stato denunciato ai Carabinieri di Tropea.

Di fronte a quanto accaduto, il Sindacato Medici Italiani della Calabria ha espresso piena e convinta solidarietà alla dottoressa Piperno. Ma, come sottolineano Cosmo De Matteis, Presidente Nazionale Emerito SMI Calabria, e Sinibaldo Iemboli, Segretario Regionale SMI Calabria, la solidarietà non basta più. «Siamo sempre più convinti – affermano – che occorra un impegno dell’intera società per ristabilire un nuovo patto di rispetto reciproco tra utenza, pazienti, personale medico-sanitario e istituzioni».

Il tema, evidenzia il sindacato, non riguarda solo la sicurezza fisica degli operatori, ma investe l’organizzazione complessiva del sistema sanitario. Una programmazione più efficace della tempistica di accesso ai servizi e della presa in carico dei pazienti viene indicata come passaggio essenziale per ridurre tensioni e conflitti, spesso alimentati da attese prolungate e carenze strutturali.

Nella loro analisi, De Matteis e Iemboli richiamano la necessità di un forte rilancio della medicina del territorio e di una piena valorizzazione della medicina generale e ospedaliera. Capillarità dei servizi, organici adeguati e condizioni di lavoro dignitose sono indicati come pilastri indispensabili. Non manca un riferimento al tema retributivo: garantire stipendi ai medici italiani in linea con la media europea viene considerato un passaggio chiave per rafforzare il sistema e ridare centralità alla professione.

Accanto alle riforme di medio e lungo periodo, il sindacato chiede però interventi immediati e concreti per il territorio vibonese. Nella lettera indirizzata al Prefetto e ai vertici dell’ASP di Vibo Valentia, lo SMI sollecita l’adozione di misure urgenti per prevenire la violenza contro medici e sanitari. Tra le iniziative indicate figurano l’implementazione di sistemi di videosorveglianza e la presenza di guardie giurate nei presidi medici, strumenti ritenuti necessari per contrastare i fattori di rischio che possono sfociare in aggressioni.

La richiesta è chiara: non attendere il prossimo episodio per intervenire. La sanità calabrese, già messa a dura prova da carenze strutturali e organizzative, non può permettersi che i luoghi di cura diventino teatri di intimidazione. Proteggere chi cura significa tutelare un bene collettivo e riaffermare un principio fondamentale: il rispetto per il lavoro medico è parte integrante del diritto alla salute.

In questo senso, il caso di Tropea non è solo una cronaca di violenza sventata, ma un segnale che interroga istituzioni e comunità. La risposta che verrà data dirà molto sulla capacità del sistema di guardare al futuro senza smarrire il senso di responsabilità che, da sempre, dovrebbe accompagnare la sanità pubblica.