REGGIO CALABRIA – Nelle prime ore di venerdì 23 gennaio 2026, una cooperazione investigativa di alto profilo tra autorità italiane ed elvetiche ha portato all’arresto di Bruno Vitale, latitante ritenuto appartenente alla cosca di ‘ndrangheta Gallace di Guardavalle. L’operazione, condotta dalla Polizia Cantonale di Zurigo e dalla Polizia Federale svizzera su indicazione del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, segna un passaggio decisivo nel contrasto alla criminalità organizzata calabrese con proiezioni internazionali.
L’arresto si inserisce nel solco dell’indagine “Ostro-Amaranto”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e conclusa nel gennaio dello scorso anno. Un’inchiesta complessa, che ha ricostruito — a livello di gravità indiziaria — l’operatività della locale di ‘ndrangheta di Guardavalle, attiva nel soveratese e capace di ramificarsi nel Centro-Nord Italia.
Il quadro emerso aveva già condotto all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di 44 persone, ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, concorso esterno, voto di scambio politico-mafioso, procurata inosservanza di pena, tentata estorsione, trasferimento fraudolento di valori, nonché di detenzione e traffico — anche internazionale — di armi, comprese quelle da guerra, e di materiale esplodente, con l’aggravante del metodo mafioso.
La cattura di Vitale rappresenta il punto di arrivo di una ricerca incessante condotta dai Carabinieri del ROS sotto la direzione della DDA di Catanzaro. Determinante il supporto dell’Unità I-CAN (Interpol Cooperation Against Ndrangheta), strumento di cooperazione internazionale che da anni affianca le forze di polizia nel contrasto alle proiezioni estere delle cosche calabresi. In Svizzera, il lavoro sinergico con i Reparti Investigativi della Polizia Federale, della Polizia Cantonale di Svitto e di Zurigo, sotto il coordinamento dell’Ufficio Federale di Giustizia e del Ministero Pubblico della Confederazione Elvetica, ha consentito di stringere il cerchio attorno al ricercato.
Attraverso attività tecniche, servizi di osservazione e pedinamento — anche transfrontalieri — gli investigatori sono riusciti a localizzare Vitale all’interno di un’abitazione di Wetzikon, cittadina del cantone di Zurigo. Un contesto apparentemente ordinario, che conferma una prassi consolidata delle organizzazioni mafiose: mimetizzarsi in territori percepiti come “sicuri”, sfruttando reti di appoggio e una quotidianità anonima per sottrarsi alla cattura.
Attualmente Vitale è ristretto in un istituto penitenziario elvetico, in attesa delle procedure di estradizione verso l’Italia. Dovrà rispondere non solo delle accuse di partecipazione all’associazione mafiosa e di possesso di armi contestategli nell’ambito dell’operazione “Ostro-Amaranto”, ma anche di ulteriori reati legati al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, oggetto della misura cautelare emessa nell’operazione “Kleopatra”, alla quale era riuscito a sottrarsi lo scorso maggio.
L’operazione conferma, ancora una volta, come il contrasto alla ‘ndrangheta non possa prescindere da una cooperazione internazionale stabile e strutturata. Le cosche calabresi, forti di una vocazione storicamente transnazionale, hanno saputo nel tempo investire, riciclare capitali e gestire traffici oltre i confini nazionali. A questa strategia criminale, le istituzioni rispondono con strumenti investigativi sempre più integrati, capaci di superare barriere giuridiche e territoriali.
Il caso Vitale assume dunque un valore che va oltre il singolo arresto. È il segnale di una pressione costante che non conosce pause, anche a distanza di anni dalla conclusione formale delle indagini. Una linea di continuità che richiama la tradizione migliore dell’azione antimafia, fondata sulla perseveranza e sulla capacità di fare sistema, ma proiettata verso il futuro grazie a reti investigative sovranazionali.
Resta fermo, come previsto dall’ordinamento, il principio di presunzione di innocenza: Bruno Vitale è da considerarsi innocente fino a eventuale sentenza definitiva di condanna. Ma l’arresto in Svizzera rappresenta, senza enfasi, un risultato rilevante nella lunga partita tra lo Stato e le organizzazioni criminali, una partita che si gioca sempre più su scala europea.









































