CATANZARO – Il dibattito sul salario minimo torna al centro della scena politica nazionale e regionale, intrecciando decisioni istituzionali, scelte di governo e visioni contrapposte sul ruolo delle Regioni nella tutela del lavoro. A rilanciare il tema è la consigliera regionale e capogruppo del Movimento 5 Stelle, Elisa Scutellà, che in una nota stampa mette a confronto l’orientamento assunto da Campania e Puglia con quello della Calabria, denunciando una distanza netta tra le priorità sociali e l’azione politica della giunta guidata da Roberto Occhiuto.
Il punto di partenza dell’intervento di Scutellà è la recente pronuncia della Corte Costituzionale, che ha respinto il ricorso presentato dal governo contro la delibera della Regione Puglia sul salario minimo. Una decisione che, secondo l’esponente pentastellata, rafforza la legittimità dell’intervento regionale in materia di contrasto al lavoro povero, soprattutto negli appalti pubblici.
In questo solco si inserisce anche la scelta della Campania, che ha deciso di muoversi con decisione sul tema, ponendo al centro dell’agenda politica il lavoro e la dignità delle persone. Un segnale che, per Scutellà, dimostra come le Regioni possano assumere un ruolo attivo nel garantire tutele salariali minime, in attesa di una normativa nazionale organica.
Il raffronto con la Calabria è netto. «È evidente come, a differenza di quanto avviene in Calabria, in Campania la priorità politica sia stata individuata nel contrasto al lavoro povero e nella tutela dei salari», afferma Scutellà. Una presa di posizione che chiama direttamente in causa il presidente della Regione Calabria, accusato di aver concentrato la propria azione su modifiche statutarie e dinamiche di potere interne, piuttosto che sulle emergenze sociali.
Secondo la capogruppo M5S, mentre altre Regioni affrontano temi strutturali come la povertà lavorativa, in Calabria il dibattito politico si sarebbe spostato sulla redistribuzione delle postazioni e sull’aumento delle “poltrone”, con l’effetto di allontanare le istituzioni dai bisogni reali dei cittadini.
Nel suo intervento, Scutellà richiama dati e condizioni che descrivono una situazione sociale particolarmente critica. La Calabria, sottolinea, è la regione con i salari più bassi d’Europa e registra livelli elevati di povertà ed esclusione sociale. Un quadro che rende il lavoro povero una vera e propria emergenza strutturale, capace di alimentare il fenomeno dell’emigrazione, soprattutto tra i giovani.
«È questa l’emergenza su cui bisognerebbe intervenire con urgenza», sostiene la consigliera regionale, evidenziando come migliaia di calabresi siano costretti a lasciare la propria terra per cercare condizioni di vita dignitose altrove. In questo contesto, il salario minimo viene indicato come uno strumento concreto per arginare la precarietà e restituire valore al lavoro.
Per il Movimento 5 Stelle, la soglia di una retribuzione oraria di almeno 9 euro negli appalti regionali rappresenta una “battaglia di civiltà”. Non solo una misura economica, ma un segnale politico e culturale che afferma il principio della dignità del lavoro. Scutellà invita la Regione Calabria ad assumere questa battaglia come propria, superando resistenze e logiche di corto respiro.
La questione, tuttavia, non si limita al merito delle proposte. La capogruppo M5S denuncia anche il metodo con cui, nell’ultima seduta del Consiglio regionale, la maggioranza avrebbe gestito decisioni rilevanti, mortificando il ruolo delle commissioni e limitando il contributo delle minoranze. Un atteggiamento definito arrogante, che rischia di impoverire il confronto democratico su temi cruciali per la vita dei cittadini.
Sul salario minimo, assicura Scutellà, il Movimento 5 Stelle manterrà un impegno costante, dentro e fuori l’Aula consiliare, per riportare il tema al centro del dibattito politico regionale. L’obiettivo dichiarato è quello di spostare l’attenzione dalle dinamiche di potere alle priorità sociali, individuate nel lavoro dignitoso e nel futuro delle persone.
Il confronto aperto da Elisa Scutellà mette in luce una frattura politica e culturale che attraversa le Regioni italiane: da un lato, chi sceglie di intervenire sul lavoro povero come emergenza sociale; dall’altro, chi viene accusato di privilegiare equilibri interni e assetti di potere. In gioco non c’è solo una misura economica, ma una visione di sviluppo e di giustizia sociale che inciderà sul futuro della Calabria e sulla capacità delle istituzioni di rispondere alle attese dei cittadini.








































