PAOLA (Cs) – All’ospedale civile San Francesco di Paola il servizio di dialisi continua a garantire standard assistenziali elevati. È un riconoscimento che arriva prima di tutto dai pazienti. Proprio questa eccellenza, però, rende più evidente il paradosso: un presidio salvavita che regge grazie all’impegno straordinario di pochi operatori, mentre criticità strutturali, logistiche e di personale restano irrisolte.

La vicenda della sala d’attesa sottratta ai pazienti dializzati e trasformata in archivio è solo il segnale più visibile di un problema più profondo. (https://www.calabriainchieste.it/2026/01/27/ospedale-di-paola-disagi-senza-fine-per-i-pazienti-dializzati-promesse-mancate-e-spazi-sottratti/). Quello spazio era stato messo a disposizione dai medici per evitare che persone fragili, spesso con disabilità, attendessero all’esterno, esposte alle intemperie. La sua improvvisa sottrazione ha provocato la protesta dei pazienti, raccolta nei giorni scorsi da Calabria Inchieste, e la successiva denuncia del sindacato Fials (https://www.calabriainchieste.it/2026/01/29/ospedale-di-paola-spazi-contesi-e-servizi-sacrificati-la-denuncia-del-sindacato-fials/). Ma fermarsi a questo episodio significherebbe non cogliere la portata reale della situazione.

L’area tirrenica della dialisi comprende Paola, Praia a Mare, Cetraro e Amantea: un bacino ampio, con numeri rilevanti e un carico assistenziale in crescita, che risente di una cronica carenza di nefrologi e infermieri. Una criticità nazionale che, in questo territorio, assume contorni ancora più marcati.

Il centro di Paola è emblematico. Attualmente solo due medici garantiscono l’intera attività, riuscendo comunque a coprire quattro turni su quattro. Non solo: il centro interviene anche nei pomeriggi che non possono essere assicurati dagli altri presidi del Nord Tirreno. In particolare, le urgenze dei turni pari pomeridiani vengono gestite esclusivamente a Paola, poiché i turni restano chiusi nel distretto alto tirrenico di Praia e Cetraro, una scelta imposta dall’esiguo numero di personale medico e infermieristico disponibile a livello nazionale. Un impegno che va ben oltre il dovuto.

Il bacino seguito da Paola conta oggi circa trenta pazienti in lista d’attesa per il trapianto, il numero più alto mai registrato. A questo si aggiunge la gestione delle emergenze: tutte le urgenze del sabato provenienti dal Nord Tirreno vengono dirottate su Paola, unico centro operativo, con lo stesso organico ridotto. È presente anche un medico cosiddetto gettonista, utilizzato con estrema parsimonia per ragioni economiche. Una scelta comprensibile sul piano dei bilanci, ma che evidenzia come il servizio venga retto soprattutto dal senso di responsabilità del personale, anche in un’ottica di contenimento della spesa.

Le difficoltà emergono con forza anche nei casi più complessi. I pazienti dializzati possono finire in secondo piano non per negligenza, ma perché il personale di rianimazione è numericamente insufficiente e impegnato su più fronti contemporaneamente. Il sistema, dunque, funziona, ma senza margini di sicurezza strutturali.

Da anni si parla di una ristrutturazione della dialisi, con il trasferimento in locali più ampi e idonei, quelli oggi occupati dalla direzione sanitaria. Un progetto annunciato, rivendicato da politici a ogni livello, poi progressivamente scomparso dall’agenda. Eppure la dialisi necessita di spazi adeguati, preferibilmente open space, che consentano una visuale continua sui pazienti e interventi rapidi e sicuri, comprese le manovre rianimatorie. Negli spazi attuali questo non è garantito. Qui sta il nodo centrale.

Non siamo davanti a un servizio inefficiente. Al contrario, ci troviamo di fronte a un’eccellenza lasciata sola. Il livello di attività si è alzato: più visite ambulatoriali, più dialisi in urgenza, più pazienti in lista trapianto seguiti dalla responsabile del centro, oltre a un’attività di ricerca scientifica in ambito nefrologico mai sviluppata prima sul territorio dell’Asp. Le criticità non sono professionali, ma logistiche e di risorse umane, soprattutto mediche e infermieristiche.

Occorre costruire un percorso sicuro e stabile per i pazienti e riconoscere, con scelte concrete, il valore di un presidio essenziale per l’intero Tirreno cosentino. Servono spazi adeguati, assunzioni e programmazione. Non annunci. La sanità pubblica ai tempi di Roberto Occhiuto non può vivere di eroismi quotidiani: l’eroismo, per definizione, non è sostenibile. Quando un servizio salvavita resta in piedi solo grazie al senso di responsabilità di chi vi lavora, è il momento che chi governa il sistema si assuma fino in fondo le proprie responsabilità.