La cella di una Casa circondariale

PADOVA – Il corpo senza vita di Pietro Giovanni Marinaro, 74 anni, è stato trovato nella sua cella all’interno del carcere “Due Palazzi” di Padova. Marinaro, considerato un personaggio storico della ’ndrangheta dell’area ionica cosentina, stava scontando una condanna all’ergastolo. La Procura della Repubblica di Padova ha disposto l’autopsia per chiarire le cause del decesso: l’ipotesi più accreditata, allo stato, è quella del suicidio.

Un epilogo che chiude una vicenda criminale lunga decenni, intrecciata con alcune delle pagine più oscure della storia giudiziaria calabrese, ma che apre al tempo stesso interrogativi più ampi sulle condizioni detentive e sul fenomeno, tutt’altro che isolato, delle morti in carcere.

Marinaro era ritenuto il braccio destro di Santo Carelli, padrino irriducibile di Corigliano Calabro, figura centrale della criminalità organizzata locale. Carelli era morto anni fa per cause naturali nella sua abitazione, dove si trovava in detenzione domiciliare per gravi motivi di salute. Entrambi, secondo le ricostruzioni giudiziarie, avevano incarnato una linea di assoluta chiusura verso la collaborazione con la giustizia.

Arrestato in Germania nell’aprile del 1998, Marinaro aveva trascorso gran parte della sua vita dietro le sbarre. Per un lungo periodo era stato sottoposto al regime di 41-bis, la detenzione “differenziata” riservata ai capi delle organizzazioni mafiose, pensata per interrompere ogni legame con l’esterno. Successivamente, una volta lasciato il carcere duro, era stato trasferito in Veneto, nel penitenziario padovano.

Durante la detenzione, a quanto emerge dagli atti, il 74enne avrebbe mantenuto una condotta carceraria giudicata esemplare. Un dato che contrasta con la durezza del suo passato criminale e che viene spesso richiamato in casi analoghi per evidenziare la complessità del rapporto tra pena, tempo e condizioni psicologiche dei detenuti condannati all’ergastolo.

La cosca di appartenenza di Marinaro era stata nel frattempo smantellata da una lunga serie di inchieste della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, fondate anche sulle dichiarazioni di diversi affiliati che avevano scelto la via del pentitismo. Lui, come Carelli, non aveva mai ceduto a quelle che gli investigatori definiscono le “sirene” della collaborazione, mantenendo fino alla fine una linea di chiusura totale.

La sua morte riporta alla memoria altri casi analoghi che hanno coinvolto detenuti originari del Cosentino. Nell’agosto del 2010, nel carcere romano di Rebibbia, si tolse la vita Riccardo “Cesarino” Greco, mentre nel penitenziario de L’Aquila fu trovato morto Carmine Chirillo, ritenuto “uomo d’onore” di Paterno Calabro. Sempre a L’Aquila, nel dicembre dello stesso anno, si suicidò Pietro Salvatore Mollo, 41 anni, di Corigliano, coinvolto nell’operazione antimafia “Santa Tecla”.

In tempi più recenti, un altro episodio ha segnato le cronache giudiziarie: nel carcere di Taranto si è tolto la vita Francesco Cufone, 33 anni, anch’egli di Corigliano, indagato per detenzione di armi nell’ambito dell’inchiesta della Dda sulla morte di Pasquale Aquino.

Una sequenza di eventi che, pur nella diversità delle singole storie e responsabilità, solleva una questione che va oltre i singoli nomi: la gestione della detenzione lunga e definitiva, il peso psicologico dell’ergastolo e l’efficacia dei sistemi di prevenzione del suicidio in carcere. Temi su cui da anni si confrontano magistratura, amministrazione penitenziaria e garanti dei diritti dei detenuti.

L’autopsia disposta dalla Procura di Padova chiarirà le circostanze della morte di Pietro Giovanni Marinaro. Resta però il dato di fondo: anche le vicende dei protagonisti della criminalità organizzata, giunte al loro epilogo dietro le sbarre, continuano a interrogare lo Stato sul senso della pena, sulla sicurezza degli istituti e su quel confine sottile tra giustizia e umanità che il carcere, da sempre, è chiamato a presidiare.