LOCRI (RC) – Si chiude con la conferma delle condanne il processo d’appello a carico di 18 presunti falsi braccianti agricoli e del datore di lavoro di un’azienda con sede a Careri, nel cuore della Locride.
La Corte d’appello ha infatti rigettato i ricorsi presentati dagli imputati, confermando integralmente le sentenze di primo grado emesse dal Tribunale competente. Al centro del procedimento, l’accusa – sostenuta dalla Procura della Repubblica di Locri – di truffa aggravata ai danni dello Stato. Secondo quanto ricostruito in aula, gli imputati avrebbero simulato rapporti di lavoro agricolo inesistenti o comunque difformi dalla realtà, inducendo in errore l’Inps, ente erogatore delle prestazioni previdenziali e assistenziali.
Le indagini avevano messo in luce un meccanismo ritenuto collaudato: false assunzioni, giornate lavorative dichiarate ma mai effettivamente svolte e una documentazione formalmente regolare che, tuttavia, non trovava riscontro nella realtà dei campi. In questo modo, i presunti braccianti avrebbero ottenuto indebite indennità, mentre il datore di lavoro avrebbe svolto un ruolo centrale nella predisposizione e nella trasmissione delle pratiche.
Il processo di primo grado aveva già delineato con chiarezza il quadro accusatorio, riconoscendo la responsabilità penale degli imputati sulla base di riscontri documentali, testimonianze e accertamenti incrociati effettuati dagli organi ispettivi e investigativi. In appello, le difese avevano puntato a ridimensionare il ruolo dei singoli imputati e a contestare la ricostruzione complessiva dei fatti, sostenendo l’assenza di un disegno fraudolento e invocando, in alcuni casi, errori formali o irregolarità amministrative.
La Corte, tuttavia, ha ritenuto infondate tali argomentazioni, confermando che le condotte contestate integravano gli estremi della truffa aggravata. Un passaggio che rafforza l’impianto accusatorio e ribadisce un principio consolidato nella giurisprudenza: la simulazione di rapporti di lavoro finalizzata a ottenere prestazioni previdenziali indebite costituisce un danno diretto alle casse pubbliche e mina la credibilità dell’intero sistema di welfare.
Il caso di Careri vede da anni la magistratura e le forze dell’ordine impegnate nel contrasto alle frodi in ambito agricolo, soprattutto in territori dove il settore rappresenta una voce economica rilevante ma al tempo stesso esposta a pratiche distorsive. Le indennità di disoccupazione agricola e le altre prestazioni Inps, pensate per tutelare i lavoratori stagionali e garantire un sostegno nei periodi di inattività, diventano terreno fertile per abusi quando vengono piegate a interessi illeciti.
Non è un caso che, negli ultimi anni, l’Inps abbia rafforzato i sistemi di controllo e incrocio dei dati, collaborando in modo sempre più stretto con l’autorità giudiziaria. La sentenza d’appello rappresenta, in questo senso, un segnale di continuità e fermezza istituzionale, oltre che un monito per chi ritiene possibile aggirare le regole senza conseguenze.









































