CATANZARO – La questione dei precari della Giustizia torna al centro del dibattito pubblico con una mobilitazione che intreccia lavoro, diritti e funzionamento stesso dello Stato. Sabato 31 gennaio, a Catanzaro, lavoratrici e lavoratori del comparto scenderanno in piazza per rivendicare stabilità occupazionale e una riforma strutturale del personale giudiziario. Un tema che va ben oltre le sigle sindacali e tocca direttamente l’efficienza di un sistema già messo a dura prova da anni di sotto-organico.

In queste ore, la discussione è alimentata anche da comunicati di diverse organizzazioni sindacali che rivendicano il risultato della procedura di stabilizzazione di 9.368 precari del Ministero della Giustizia, resa possibile dall’approvazione del PIAO 2026–2028. La Funzione Pubblica CGIL Area Vasta CZ-KR-VV interviene con una puntualizzazione netta: quel traguardo non è frutto di automatismi amministrativi, ma di una battaglia sindacale portata avanti nel tempo, fatta di mobilitazioni, vertenze e pressione costante affinché la stabilizzazione diventasse una priorità politica reale.

Un passo avanti, dunque, che viene rivendicato con forza, ma che non esaurisce il problema. Perché, se è vero che quasi 9.400 lavoratori vedono finalmente aprirsi una prospettiva di continuità, è altrettanto vero che una parte consistente del bacino resta esclusa. Ed è proprio qui che si innesta la mobilitazione di sabato.

L’appuntamento è fissato per il 31 gennaio, dalle ore 9:30, in Piazza Matteotti a Catanzaro, nei pressi della Corte d’Appello, in concomitanza con l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Una scelta non casuale, che mira a portare la voce dei lavoratori nel cuore simbolico e istituzionale della Giustizia. Presidi analoghi saranno attivi in tutti gli uffici giudiziari delle Corti d’Appello d’Italia, a sottolineare il carattere nazionale della protesta.

Al centro della piattaforma rivendicativa campeggia lo slogan #NessunoEscluso. La CGIL individua due pilastri fondamentali. Da un lato, la valorizzazione del personale a tempo indeterminato, attraverso la piena attuazione dell’accordo del 26 aprile 2017, che dovrebbe consentire finalmente i passaggi verticali e una crescita professionale coerente con le competenze acquisite. Un tema che riguarda la dignità del lavoro pubblico e la capacità dell’amministrazione di trattenere professionalità qualificate.

Dall’altro lato, la stabilizzazione dei precari PNRR. Su un bacino complessivo di circa 11.000 lavoratori – addetti all’Ufficio per il Processo, tecnici, ingegneri, contabili e data entry – il Ministero prevede di assorbirne 9.368. Una cifra significativa, ma che lascia scoperti migliaia di addetti già formati, con esperienza diretta nei tribunali e negli uffici giudiziari. Per il sindacato, l’ipotesi di “mandarli a casa” è semplicemente inaccettabile.

A questo si aggiunge l’emergenza dei precari part-time legati al programma “Obiettivo Convergenza”: circa 390 unità in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, impiegate da oltre dieci anni con contratti a 18 ore settimanali, in scadenza il 7 marzo 2026. La richiesta è chiara e immediata: trasformazione a tempo pieno e stabilizzazione definitiva, al pari di quanto già avvenuto in altri comparti della Pubblica Amministrazione, come Cultura e MIUR.

Il quadro complessivo restituisce l’immagine di un sistema al limite. Nei prossimi anni sono previsti circa 700.000 pensionamenti nella Pubblica Amministrazione; solo il comparto Giustizia avrebbe bisogno di almeno 15.000 nuove assunzioni per colmare le attuali scoperture. In questo contesto, la dispersione di personale già formato appare non solo ingiusta, ma anche irrazionale dal punto di vista amministrativo.

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