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Sanità a rischio a Paola, l’allarme sulla Terapia Intensiva

La riorganizzazione del personale infermieristico riaccende il dibattito sul futuro del presidio ospedaliero e sul peso istituzionale del territorio

PAOLA (Cs) – Una decisione amministrativa, apparentemente tecnica, può segnare il destino di un intero servizio sanitario. È quanto sta accadendo a Paola, dove il recente provvedimento di riorganizzazione del personale infermieristico ha acceso un confronto acceso e tutt’altro che formale. Al centro della polemica, il futuro della Terapia Intensiva, considerata un presidio salvavita essenziale non solo per la città ma per un vasto comprensorio della costa tirrenica cosentina.

A partire dal 1° febbraio 2026, nove infermieri dell’Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione del Presidio Ospedaliero di Paola verranno aggregati funzionalmente al Blocco Operatorio. Una scelta motivata, nei documenti ufficiali, dall’esigenza di ottimizzare le risorse disponibili, potenziare l’attività chirurgica e migliorare l’efficienza complessiva della struttura.

Tuttavia, dietro una terminologia che richiama criteri di razionalizzazione, si intravede una questione ben più delicata: la sottrazione di personale altamente specializzato da un reparto chiave come la Terapia Intensiva. Non si tratta di una semplice rimodulazione interna, ma di un intervento che rischia di incidere sulla continuità assistenziale e sulla piena operatività di un servizio che, per definizione, non può permettersi vuoti o improvvisazioni.

A sollevare pubblicamente il caso su Calabria Inchieste è Graziano Di Natale, che ha definito il trasferimento degli infermieri anestesisti «il preludio alla chiusura della Terapia Intensiva di Paola». Un’affermazione netta, che chiama in causa non solo le scelte gestionali, ma anche la capacità del territorio di difendere i propri servizi essenziali.

Secondo questa lettura, la riorganizzazione rischia di aprire la strada a un progressivo svuotamento del reparto, fino a un suo ridimensionamento strutturale o, nel peggiore dei casi, alla chiusura. Uno scenario che avrebbe effetti immediati e concreti: aumento dei tempi di intervento nelle emergenze, trasferimenti forzati verso altri ospedali già sotto pressione, ulteriore disagio per pazienti e famiglie.

Il tema supera rapidamente i confini della singola decisione amministrativa e tocca un nervo scoperto della sanità calabrese: il diritto alla salute come principio costituzionale. La riduzione dei servizi essenziali non è mai neutra e colpisce soprattutto le aree che già scontano carenze infrastrutturali e una storica difficoltà di accesso alle cure.

Nel dibattito emerge con forza anche il tema del peso istituzionale. Quando un territorio perde capacità di rappresentanza e di interlocuzione, le decisioni tendono a calare dall’alto, spesso senza un reale confronto con le comunità locali e con gli operatori sanitari. È un meccanismo noto, che si ripete nel tempo e che finisce per penalizzare sempre gli stessi.

Chiamare “riorganizzazione” ciò che si traduce in un indebolimento dei servizi è un esercizio semantico che non convince più. La sanità pubblica non si difende spostando personale da un reparto all’altro per tamponare emergenze croniche, ma attraverso una programmazione seria, investimenti mirati e assunzioni adeguate.

La Terapia Intensiva rappresenta un indicatore sensibile della qualità di un ospedale. Ridurne la capacità operativa significa abbassare l’asticella dell’assistenza complessiva e compromettere la funzione di presidio territoriale che strutture come quella di Paola hanno storicamente svolto.

Si chiede dunque chiarezza immediata sul futuro della Terapia Intensiva e garanzie concrete sul mantenimento dei livelli assistenziali. Non si tratta di difendere un reparto per principio, ma di tutelare un diritto fondamentale e di evitare che Paola venga relegata al ruolo di ospedale di serie B.

La vicenda degli infermieri anestesisti è, in realtà, lo specchio di un problema più ampio: il rapporto tra organizzazione sanitaria, territorio e responsabilità istituzionale. Difendere la sanità pubblica significa avere il coraggio di guardare oltre l’emergenza quotidiana e di restituire centralità alla programmazione. Perché, quando si parla di Terapia Intensiva, il tempo perso non è mai solo un dato amministrativo: è una questione di vite.