Antonio Tajani

REGGIO CALABRIA – La libertà di manifestare resta un pilastro delle democrazie europee. Ma quando la protesta degenera in violenza organizzata, lo Stato è chiamato a intervenire con strumenti adeguati, capaci di prevenire e reprimere gli abusi senza intaccare i diritti fondamentali. È su questo crinale che si colloca il dibattito riacceso nelle ultime settimane, dopo i gravi disordini registrati a Torino. Un confronto che ha trovato nuova linfa dalle parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto a margine di un incontro con i giornalisti a Reggio Calabria.

Interpellato sulla proposta di introdurre una cauzione per gli organizzatori dei cortei, Tajani ha chiarito che il governo sta ancora “affinando i contenuti sia del decreto che del disegno di legge”. L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato rafforzare le garanzie di sicurezza dopo quanto accaduto; dall’altro puntare con decisione sulla prevenzione. In particolare, il ministro ha richiamato l’ipotesi di impedire la partecipazione alle manifestazioni a soggetti già pregiudicati per reati violenti commessi in contesti analoghi.

Il modello evocato è quello di “una sorta di Daspo”, mutuato dall’esperienza maturata negli stadi per contrastare il fenomeno degli ultrà violenti. Una misura amministrativa, dunque, che non si sostituisce al giudizio penale ma mira a prevenire il ripetersi di condotte pericolose. “Adesso bisogna perfezionare il contenuto”, ha aggiunto Tajani, sottolineando come il lavoro normativo sia ancora in corso.

Il riferimento agli scontri nel capoluogo piemontese è stato netto. Secondo il ministro, a Torino “era una manifestazione organizzata, con violenza organizzata: non sono stati degli scontri causali”. Parole che descrivono un quadro di “guerriglia preparata”, con la presenza – ha evidenziato Tajani – di persone arrivate anche da fuori Italia. Un elemento che rafforza, nella lettura del governo, l’idea di un’azione pianificata e non episodica.

Da qui la condanna senza attenuanti: “È inaccettabile”. Una posizione che si inserisce in una linea di fermezza già tracciata da altri esponenti dell’esecutivo e delle forze dell’ordine, chiamati a fronteggiare un’escalation di episodi che mettono a rischio l’incolumità degli operatori e la sicurezza urbana.

Il passaggio forse più significativo dell’intervento di Tajani è quello in cui ribadisce il principio di fondo: “Tutti possono manifestare, ma nessuno può permettersi di bruciare le auto della polizia, di aggredire poliziotti, carabinieri e finanzieri e di mettere a ferro e a fuoco una città”. Una frase che delimita con chiarezza il confine tra esercizio del diritto di protesta e violazione della legalità.

Nel dibattito pubblico, la proposta di una cauzione per gli organizzatori dei cortei e l’ipotesi di misure interdittive preventive sollevano interrogativi non marginali: come evitare che strumenti pensati per colpire i violenti finiscano per scoraggiare o penalizzare le manifestazioni pacifiche? Quali garanzie procedurali assicurare affinché il “Daspo delle manifestazioni” non diventi una sanzione automatica o sproporzionata?
Equilibrio tra sicurezza e libertà

Le risposte a queste domande passano dalla qualità del testo normativo che il governo si appresta a definire. L’esperienza insegna che le misure emergenziali, se non ben calibrate, rischiano di produrre effetti collaterali duraturi. Allo stesso tempo, la richiesta di sicurezza che proviene dai cittadini e dagli operatori in divisa non può essere ignorata, soprattutto dopo episodi di violenza sistematica e organizzata.

In questo senso, il richiamo alla prevenzione appare centrale. Intervenire prima che la violenza esploda, isolando i soggetti più pericolosi e responsabilizzando gli organizzatori, potrebbe rappresentare una strada percorribile, a patto che sia accompagnata da controlli rigorosi e da un confronto trasparente con le parti sociali.

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