REGGIO CALABRIA – C’è un’arte antica, raffinata, che la politica italiana custodisce con gelosa continuità: quella del repentino cambio di postura, meglio se accompagnato da sorrisi, strette di mano e fotografie ben illuminate. In Calabria, questa tradizione ha trovato nelle ultime ore una rappresentazione quasi didascalica.
Archiviato — senza troppe cerimonie — il tentativo di ridisegnare gli equilibri interni di Forza Italia in vista del futuro congresso nazionale, Roberto Occhiuto, Francesco Cannizzaro, Gianluca Gallo e il ristretto cerchio dei fedelissimi del governatore hanno rapidamente cambiato spartito.
Il progetto — neppure troppo sussurrato nei corridoi romani — di accompagnare Antonio Tajani verso un’uscita di scena politicamente decorosa, per poi collocare al vertice del partito un volto più “territoriale”, più “calabrese”, più “allineato”, si è arenato prima ancora di prendere il largo.
E qui entra in scena la seconda parte della rappresentazione.
Ieri, in Calabria, è andato in scena l’atto più atteso: l’arrivo del ministro degli Esteri e leader nazionale di Forza Italia. Un evento istituzionale, certo. Ma anche — e forse soprattutto — un’occasione imperdibile per dimostrare una ritrovata, fervente, quasi commovente unità.
Come se nulla fosse accaduto.
Come se nessuno avesse lavorato, fino a poco prima, per pianificare la futura spinta del leader “nel precipizio” congressuale.
Come se la politica non avesse memoria, o come se la memoria fosse diventata una variabile opzionale.
Attorno a Tajani si è così stretta una comunità politica improvvisamente devota, impegnata in una competizione non dichiarata ma visibilissima: chi pubblica il post più caloroso, chi il reel più coinvolgente, chi la foto più sorridente, più ravvicinata, più “intima” col leader nazionale. Una gara di fedeltà digitale degna delle migliori stagioni pre-social, aggiornata ai tempi dell’algoritmo.
Il messaggio è chiaro: la partita interna è finita, il capo è sempre lui, e adesso si ricomincia — tutti insieme — dal punto di partenza. Senza rancori, senza spiegazioni, senza nemmeno l’imbarazzo di una pausa di silenzio.
D’altronde, la politica — quella vera — è anche questo: l’arte di stringersi attorno a chi si è appena tentato di sostituire, con la disinvoltura di chi sa che domani è un altro giorno, un altro congresso, un’altra foto.
E se ieri qualcuno cercava il vertice, oggi cerca l’inquadratura migliore. In fondo, non è un tradimento: è solo coerenza. Coerenza con una lunga, rispettabile tradizione.










































