RENDE (Cs) – Nel mondo contemporaneo, il controllo dell’innovazione tecnologica non è più soltanto un fattore di crescita economica, ma rappresenta una delle principali modalità di esercizio del potere internazionale.

È questo il filo conduttore della lezione “La geopolitica delle tecnologie e l’intelligence”, tenuta da Alessandro Aresu, consigliere scientifico di Limes, nell’ambito del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.

Nel suo intervento, Aresu ha proposto una lettura della tecnologia come infrastruttura strategica, sottolineando come l’intelligenza artificiale abbia ormai superato la dimensione di semplice frontiera dell’economia digitale per assumere un ruolo strutturale nelle dinamiche di potere globale. Non si tratta più, ha spiegato, di un ambito neutrale o esclusivamente tecnico, ma di un elemento pienamente integrato nelle politiche di sicurezza e nelle strategie di proiezione internazionale degli Stati.

Secondo Aresu, la competizione internazionale si sta progressivamente spostando dal tradizionale confronto militare e diplomatico verso il controllo delle infrastrutture tecnologiche, delle filiere industriali e dei flussi di capitale umano. In questo contesto, “l’innovazione perde la propria neutralità” e diventa una risorsa strategica di lungo periodo, capace di incidere sugli equilibri del sistema internazionale.

Un passaggio centrale della lezione ha riguardato il rapporto tra Stato, mercato e tecnologia, oggi riconducibile a una forma di “capitalismo politico”, in cui le dinamiche economiche e industriali sono direttamente incorporate negli obiettivi geopolitici.

Gli Stati, ha osservato il docente, non si limitano più a definire cornici normative, ma intervengono attivamente per orientare lo sviluppo tecnologico, proteggere settori critici e preservare il proprio vantaggio competitivo. In questa prospettiva, la tecnologia diventa un vero e proprio asset di sicurezza nazionale.

Stati Uniti e Cina, insieme ad altre economie asiatiche, emergono come attori centrali di questo modello, utilizzando l’apparato statale per sostenere i rispettivi ecosistemi di innovazione e trasformare la superiorità tecnologica in uno strumento di influenza geopolitica.

Le tecnologie avanzate cessano così di essere semplici beni commerciali. Gli Stati intervengono nei mercati attraverso il controllo degli investimenti esteri, la regolazione delle esportazioni di tecnologie sensibili, lo scrutinio delle acquisizioni nei settori strategici e l’uso di misure economiche e finanziarie, comprese le sanzioni, come strumenti di pressione politica. La geopolitica dell’intelligenza artificiale si configura quindi come una competizione sistemica che investe l’intero assetto del potere globale.

Ampio spazio è stato dedicato al tema delle filiere tecnologiche, descritte come l’insieme dei processi che trasformano la ricerca scientifica in prodotto industriale, dall’estrazione delle materie prime alla manifattura avanzata e alla distribuzione globale. Queste catene del valore, ha sottolineato Aresu, non sono semplici strutture economiche, ma vere e proprie “architetture di potere”, perché determinano il controllo dei nodi critici della produzione, dell’innovazione e dell’accesso ai mercati.

Tra le filiere strategiche, quella dei semiconduttori occupa una posizione centrale, costituendo la base materiale dell’intero ecosistema digitale. Accanto ad essa, assumono un rilievo crescente le filiere legate alle energie rinnovabili e alla mobilità elettrica, ambiti in cui si intrecciano obiettivi ambientali, interessi economici e strategie geopolitiche.

Tuttavia, queste catene produttive sono caratterizzate da una forte interdipendenza internazionale, generando una tensione strutturale tra la spinta verso l’autonomia tecnologica e la necessità di cooperazione globale. Aresu ha invitato a superare una visione puramente “software-centrica” dell’intelligenza artificiale, sottolineando come essa debba essere compresa come un’infrastruttura materiale complessa, basata su data center ad alta intensità computazionale, reti energetiche, piattaforme di calcolo avanzate e componenti hardware altamente specializzati. Infrastrutture che richiedono ingenti risorse finanziarie e capacità industriali accessibili solo a un numero ristretto di attori globali.

A titolo esemplificativo, il docente ha richiamato il caso di NVIDIA, la cui traiettoria mostra come un’impresa tecnologica possa trasformarsi in un nodo strategico della competizione geopolitica.

Dalla produzione di componenti per personal computer e videogiochi, l’azienda si è orientata verso il calcolo ad alte prestazioni e l’intelligenza artificiale, sviluppando sistemi come Blackwell e oggi Vera Rubin, che “non rappresentano singoli chip, ma vere e proprie infrastrutture di calcolo composte da milioni di componenti”.

L’accesso a queste tecnologie resta concentrato in pochi grandi attori, rafforzando la polarizzazione del potere tecnologico ed economico.

Nel delineare la geografia dell’innovazione globale, Aresu ha descritto un ecosistema strutturalmente asimmetrico: l’Asia orientale come principale polo manifatturiero e formativo, gli Stati Uniti come centro finanziario e spazio privilegiato di attrazione di capitali e talenti.

In questo contesto, la mobilità internazionale del capitale umano diventa una vera e propria “infrastruttura del potere”, capace di collegare università, centri di ricerca e imprese in reti transnazionali decisive. Più problematica appare, invece, la posizione dell’Europa, definita strutturalmente fragile: ricca di eccellenze settoriali ma limitata nella capacità di esercitare una leadership sistemica nell’economia digitale globale.

L’idea di un “Effetto Bruxelles”, fondato sul ruolo dell’Unione come semplice grande mercato regolato, è stata giudicata “già smentita dagli eventi dell’ultimo decennio” e priva di reale rilievo, come dimostra il crescente interesse per la sicurezza economica. La sfida, piuttosto, consiste nel trasformare la capacità formativa e le eccellenze industriali in una leva di influenza sulle traiettorie di sviluppo dell’economia digitale. La riflessione si è infine inserita in un quadro più ampio di crisi della governance globale.

Le istituzioni nate nel secondo dopoguerra faticano a rappresentare un sistema profondamente trasformato dall’emergere di nuove potenze e dalla rivoluzione tecnologica, senza che emergano alternative condivise. In assenza di regole pienamente legittimate, la competizione tende a spostarsi su ambiti più fluidi, come quello tecnologico. In questo scenario, la leadership nella geopolitica dell’intelligenza artificiale non deriva da un’innovazione isolata, ma dalla capacità sistemica di integrare talento, imprese e capitali.

Il vantaggio strategico, ha concluso Aresu, si costruisce attraverso ecosistemi in grado di trasformare la ricerca scientifica in capacità industriale, sostenuti da risorse finanziarie e politiche pubbliche orientate allo sviluppo delle competenze. Chi riesce a presidiare questi nodi acquisisce un’influenza di lungo periodo sugli equilibri del sistema internazionale.