REGGIO CALABRIA – Dopo oltre trent’anni, una vicenda giudiziaria complessa e stratificata giunge a un punto di svolta. La sezione misure di prevenzione della Corte d’Appello di Reggio Calabria ha accolto il ricorso presentato da Cosimo Commisso, classe 1950, annullando la sorveglianza speciale e revocando la confisca dei beni che gli erano state applicate negli anni Novanta. Una decisione che ribalta precedenti provvedimenti e che, nelle motivazioni, segna una cesura netta con il passato, alla luce delle successive pronunce di revisione intervenute nel tempo.
Il collegio ha ritenuto che le misure di prevenzione personali e patrimoniali disposte nei confronti di Commisso non trovino più alcun fondamento giuridico attuale. Un passaggio cruciale, che chiude – almeno sul piano delle misure di prevenzione – una lunga stagione processuale iniziata nel 1992 e protrattasi per oltre tre decenni, con esiti che hanno inciso profondamente sulla sfera personale ed economica dell’interessato.
La decisione della Corte d’Appello interviene in aperta discontinuità rispetto a quanto stabilito dal Tribunale di Reggio Calabria nel febbraio 2025. In quella sede, i giudici avevano respinto l’istanza di revoca delle misure di prevenzione applicate a Commisso nel 1992 e confermate in appello nel 1996, così come la confisca dei beni disposta nel 1993 e divenuta definitiva nel 2011. Un orientamento che ora viene superato, con una valutazione diametralmente opposta degli elementi giuridici e fattuali oggi disponibili.
Secondo quanto emerge dal provvedimento, la Corte ha posto al centro dell’analisi le pronunce di revisione intervenute negli anni successivi, ritenute decisive per ridimensionare – fino ad azzerare – il quadro indiziario che aveva giustificato l’applicazione delle misure di prevenzione. In sostanza, viene affermato un principio di particolare rilievo: le misure, per loro natura eccezionali e invasive, devono poggiare su presupposti attuali, concreti e verificabili, non potendo sopravvivere automaticamente al venir meno delle ragioni che ne avevano determinato l’adozione.
Il ricorso è stato presentato dai difensori di Commisso, che hanno sostenuto la necessità di una rivalutazione complessiva della posizione del loro assistito alla luce dell’evoluzione giurisprudenziale e delle pronunce di merito intervenute nel corso degli anni. Una linea difensiva che ha trovato accoglimento, con una decisione che restituisce centralità al principio di proporzionalità e alla funzione garantista del controllo giurisdizionale sulle misure di prevenzione.
Sul piano giuridico, il provvedimento assume un significato che va oltre il singolo caso. La Corte d’Appello ribadisce che la prevenzione non può trasformarsi in una sanzione perpetua di fatto, sganciata dal vaglio critico del tempo e dall’esito dei successivi accertamenti giudiziari. È un richiamo alla necessità di evitare che strumenti nati per tutelare la collettività diventino, col passare degli anni, meccanismi automatici e impermeabili al mutare del contesto probatorio.
Non meno rilevanti sono le implicazioni sul piano patrimoniale. La revoca della confisca dei beni disposta negli anni Novanta – e divenuta definitiva solo nel 2011 – rappresenta un passaggio di grande impatto, non solo per l’interessato ma anche per il dibattito più ampio sul rapporto tra misure di prevenzione e garanzie individuali. La decisione riafferma che anche l’aggressione ai patrimoni deve essere sorretta da un presupposto giuridico solido e attuale, pena la violazione dei principi fondamentali dell’ordinamento.
In controluce, questa vicenda racconta anche il peso del tempo nella giustizia. Trent’anni di procedimenti, decisioni, conferme e ripensamenti restituiscono l’immagine di un sistema chiamato a confrontarsi con la propria capacità di autocorrezione. La pronuncia della Corte d’Appello di Reggio Calabria si inserisce in questa prospettiva, ricordando che la giustizia non è immobile, ma vive anche della possibilità di rivedere criticamente il proprio operato.








































