LAMEZIA TERME (CZ) – Il processo penale, più che un insieme di regole, è spesso lo specchio delle tensioni tra principi costituzionali, esigenze di giustizia e casi umani concreti. È quanto emerge dall’udienza celebrata davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro, dove la difesa di Francesco Di Cello ha nuovamente sollevato una questione che va ben oltre il singolo procedimento: la legittimità costituzionale della disciplina introdotta dalla riforma Cartabia sul rito abbreviato per i reati punibili con l’ergastolo.
I difensori dell’imputato hanno ribadito, come già avvenuto in sede di udienza preliminare, i dubbi sulla compatibilità costituzionale del divieto di accesso al rito abbreviato nei casi di reati per i quali è prevista la pena dell’ergastolo.
La riforma, entrata in vigore con l’obiettivo dichiarato di rendere il sistema più efficiente e coerente con la gravità dei delitti più estremi, esclude infatti la possibilità di ottenere lo sconto di un terzo della pena attraverso il rito alternativo, preclusione che riguarda, tra gli altri, il reato di omicidio volontario.
Il procedimento trae origine dall’uccisione di Bruno Di Cello, 30 anni, colpito a morte con un’arma da fuoco lo scorso 2 maggio in località Marinella, a Lamezia Terme. A essere imputato è il padre, Francesco Di Cello, 64 anni, ex guardia giurata in pensione.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, alla base del delitto vi sarebbe un contesto familiare segnato da anni di conflitti, pressioni e continue richieste di denaro da parte del figlio, già condannato in passato per estorsione. Un quadro che, secondo la difesa, non può essere ignorato nella valutazione complessiva della responsabilità e della pena.
Uno dei punti centrali dell’argomentazione difensiva riguarda l’accertamento, nel corso delle indagini, della semi infermità mentale dell’imputato. Una condizione che, se riconosciuta, comporta già una riduzione di un terzo della pena prevista.
È proprio su questo snodo che si innesta il ragionamento degli avvocati: in presenza di una circostanza attenuante così rilevante, l’ergastolo non sarebbe comunque applicabile, rendendo di fatto irragionevole – a loro avviso – l’automatica esclusione del rito abbreviato. Da qui il dubbio che la norma possa entrare in conflitto con i principi di uguaglianza, proporzionalità della pena e finalità rieducativa sanciti dalla Costituzione.
A opporsi all’eccezione è stato il pubblico ministero, che ha sostenuto la piena legittimità dell’impianto normativo introdotto dalla riforma Cartabia. Secondo la Procura, il divieto di rito abbreviato per i reati punibili con l’ergastolo risponde a una scelta discrezionale del legislatore, coerente con la particolare gravità dei fatti e non in contrasto con i principi costituzionali richiamati dalla difesa.
La Corte d’Assise ha ascoltato le parti e si è riservata di decidere sull’eccezione sollevata. La pronuncia è attesa per l’udienza fissata al 19 febbraio prossimo, data che potrebbe segnare un passaggio significativo non solo per il processo Di Cello, ma anche per il più ampio dibattito giuridico sulla portata e sui limiti della riforma Cartabia.









































