COMO – Cinquant’anni dopo il rapimento che sconvolse l’Italia, la giustizia mette un punto fermo su una delle vicende più dolorose della cronaca nera del Novecento. La Corte d’assise del tribunale di Como ha condannato all’ergastolo due imputati per il concorso nell’omicidio volontario aggravato di Cristina Mazzotti, la giovane sequestrata il 30 giugno 1975 e ritrovata senza vita poco più di due mesi dopo. Una sentenza che arriva al termine di un processo complesso e che riapre la riflessione su memoria, responsabilità penale e tempi della giustizia.
I giudici hanno riconosciuto la responsabilità di Giuseppe Calabrò, 74 anni, originario di San Luca, e di Demetrio Latella, 71 anni, detto “Luciano”, originario di Reggio Calabria e residente in provincia di Novara. Per entrambi è stata inflitta la pena dell’ergastolo per concorso in omicidio volontario aggravato.
Contestualmente, la Corte ha assolto i due imputati dall’accusa di concorso in sequestro di persona a scopo di estorsione, ritenendo il reato estinto per intervenuta prescrizione. Una distinzione giuridica rilevante, che non attenua tuttavia il peso della condanna per l’omicidio.
È stato invece assolto, perché non ha commesso il fatto, il terzo imputato Antonio Talia, 73 anni, originario di Africo.
I fatti: dal sequestro al ritrovamento
Cristina Mazzotti fu rapita a Eupilio il 30 giugno 1975. Il suo nome divenne presto simbolo di una stagione segnata dai sequestri di persona, che colpirono famiglie e territori, generando paura e insicurezza diffusa. Il corpo della giovane venne ritrovato il 1° settembre successivo a Galliate, ponendo fine a una lunga e angosciosa attesa.
Il processo ha ricostruito, con il contributo di atti e testimonianze, il ruolo degli imputati nel concorso omicidiario, distinguendo le responsabilità penali sopravvissute alla prescrizione da quelle ormai estinte sul piano giuridico. Un esercizio di rigore che evidenzia come il diritto penale operi nel tempo, tra prove, garanzie e limiti normativi.
Il risarcimento ai familiari
Oltre alla pena perpetua, Calabrò e Latella sono stati condannati al pagamento di una provvisionale di 600mila euro ciascuno in favore dei fratelli della vittima, Vittorio e Marina Mazzotti. Un riconoscimento economico che non può colmare una perdita irreparabile, ma che rappresenta un segnale di responsabilità civile nei confronti dei familiari.
La pronuncia della Corte d’assise di Como restituisce centralità alla memoria delle vittime e alla necessità di non disperdere la verità giudiziaria, anche quando i fatti risalgono a decenni addietro. Allo stesso tempo, richiama il dibattito sui tempi della giustizia e sugli effetti della prescrizione, tema che attraversa da anni il confronto pubblico e istituzionale.
La condanna all’ergastolo per l’omicidio di Cristina Mazzotti non è solo l’epilogo processuale di un caso storico: è un monito sulla perseveranza della giustizia e sul dovere collettivo di custodire la memoria. Perché il tempo può attenuare i contorni degli eventi, ma non cancella la responsabilità né il diritto delle vittime alla verità.









































