Le nostre abitudini quotidiane contano più di quanto immaginiamo. Non è uno slogan salutista, ma una conclusione fondata su numeri solidi: fino al 40% dei tumori diagnosticati ogni anno nel mondo potrebbe essere evitato intervenendo su fattori di rischio noti e, in larga parte, modificabili.

A dirlo è l’ultimo rapporto congiunto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’IARC (International Agency for Research on Cancer), pubblicato integralmente sulla rivista scientifica Nature Medicine. Un’analisi che non fa sconti e che chiama in causa, senza ambiguità, le responsabilità individuali e collettive nella prevenzione oncologica.

Ogni anno, nel mondo, si registrano circa 18,7 milioni di nuove diagnosi di cancro e 9,7 milioni di decessi. Secondo lo studio, ben 7,1 milioni di questi casi sono riconducibili a trenta fattori di rischio legati agli stili di vita, all’ambiente e alle infezioni. Un dato che ribalta una narrazione ancora diffusa: il cancro non è soltanto una fatalità biologica, ma spesso il risultato di esposizioni prolungate e scelte ripetute nel tempo.

Il principale alleato del cancro resta il fumo. Da solo è responsabile del 15% di tutti i tumori a livello globale, pari a 3,3 milioni di casi ogni anno. L’impatto è particolarmente marcato tra gli uomini, per i quali la quota sale al 23%. Se il tabacco scomparisse, il beneficio sanitario sarebbe immediato e misurabile, soprattutto per tumori come quello del polmone.

Al secondo posto figurano le infezioni, che causano il 10% delle diagnosi oncologiche (circa 2,3 milioni di casi). Tra le più rilevanti vi sono Helicobacter pylori, associato al tumore dello stomaco, il papillomavirus umano (HPV), prevenibile con il vaccino ma ancora sottoutilizzato, i virus delle epatiti e il virus di Epstein-Barr.

Segue l’alcol, responsabile del 3% dei tumori globali, circa 700 mila casi l’anno. Un ruolo che la ricerca scientifica ha chiarito solo negli ultimi decenni e che oggi alimenta, in diversi Paesi, il dibattito sull’opportunità di indicare avvertenze sanitarie sulle etichette delle bevande alcoliche.

Non tutti i tumori sono ugualmente prevenibili. Alcune forme restano legate a fattori genetici o a dinamiche biologiche difficilmente controllabili. Tuttavia, per neoplasie come quelle del polmone, dello stomaco e del collo dell’utero, interventi mirati sugli stili di vita e sull’accesso alla prevenzione possono ridurre l’incidenza fino al 50%.

Lo studio sottolinea un punto cruciale: «Nonostante decenni di progressi terapeutici, il maggior contributo alla riduzione della mortalità per cancro è arrivato dalla prevenzione e dagli screening». Un’affermazione che restituisce centralità alle politiche di sanità pubblica, spesso meno visibili delle cure innovative ma decisamente più efficaci sul lungo periodo.

L’impatto dei fattori di rischio non è uniforme tra uomini e donne. Nella popolazione femminile, le infezioni sono responsabili dell’11% dei tumori, soprattutto a causa dell’HPV e del carcinoma della cervice uterina. Seguono il fumo (6%) e l’eccesso di peso (3%). Nei Paesi industrializzati, però, il peso del tabacco tra le donne cresce sensibilmente, arrivando a causare fino al 18-19% delle diagnosi.

Per gli uomini, il quadro è più netto: il fumo incide per il 23% dei casi, le infezioni per il 9% e l’alcol per il 5%. Complessivamente, il sesso maschile potrebbe evitare il 45% delle diagnosi oncologiche – circa 4,3 milioni di casi – attraverso comportamenti corretti. Per le donne la quota di tumori prevenibili si attesta al 30%, pari a 2,7 milioni di diagnosi.

Accanto a fumo e alcol, il rapporto elenca una serie di altri fattori di rischio: sovrappeso e obesità, sedentarietà (lo Iarc raccomanda almeno 150 minuti di attività fisica a settimana), mancato allattamento al seno – che priva le donne di una protezione naturale contro il tumore mammario – esposizione eccessiva ai raggi ultravioletti, responsabili del melanoma, e inquinamento atmosferico, un nemico silenzioso soprattutto nelle aree urbane.

Completano il quadro alcune esposizioni meno diffuse in Occidente ma rilevanti a livello globale, come il consumo di noce di areca, e tredici sostanze chimiche cancerogene, tra cui amianto, arsenico, benzene, cadmio, cromo e i fumi dei motori Diesel.

Il messaggio che emerge dal rapporto è chiaro e, per certi versi, scomodo: una parte consistente del carico globale di tumori dipende da scelte modificabili. Investire in prevenzione, educazione sanitaria e politiche ambientali non è solo una strategia di salute pubblica, ma anche una necessità economica per sistemi sanitari sempre più sotto pressione. In un’epoca in cui la medicina guarda al futuro con terapie sempre più sofisticate, il dato invita a riscoprire una verità antica: prevenire resta, ancora oggi, la cura più efficace.