SAN LUCA (Rc) – Il 6 febbraio San Luca si ferma per ricordare il Brigadiere dei Carabinieri Carmine Tripodi, a quarantuno anni dall’attentato che ne spezzò la vita lungo la strada che dal paese conduce verso la costa ionica. Una ricorrenza che va oltre il rito commemorativo e che interroga la memoria collettiva di una terra segnata, negli anni Settanta e Ottanta, dalla violenza sistematica dell’anonima sequestri e da una guerra silenziosa combattuta da pochi uomini dello Stato contro un sistema criminale feroce e ramificato.
Cosimo Sframeli ricostruisce in una nota gli eventi. Tripodi era comandante della Stazione dei Carabinieri di San Luca. Aveva 24 anni, ne avrebbe compiuti 25 il 14 maggio 1985. Era l’anno in cui avrebbe dovuto sposarsi, l’anno in cui una vita costruita con sacrificio e discrezione stava per aprirsi a un futuro di serenità. Quel futuro venne cancellato la sera del 6 febbraio, quando, appena fuori dal centro abitato, fu raggiunto da un agguato mortale. A nulla valsero la reazione immediata e i sei colpi esplosi con la pistola d’ordinanza.
Per comprendere il senso di quel sacrificio occorre tornare a una stagione buia della storia calabrese. L’Aspromonte era diventato un caveau naturale, inaccessibile, dove le cosche gestivano un’industria criminale che fruttava centinaia di miliardi di lire. Uomini, donne, bambini, coppie di fidanzati, intere famiglie venivano sequestrati, incatenati, trattati come merce viva da conservare per mesi o anni in attesa del riscatto. Decine i sequestri organizzati in Piemonte, Lombardia, Lazio e nella provincia di Reggio Calabria, quasi tutti riconducibili a gruppi ristretti di San Luca e Platì.
Molti i nomi rimasti impressi nella memoria collettiva: l’anziano farmacista Vincenzo Macrì, la signora Mariangela Passiatore, l’ingegnere De Francesco, la giovane Cristina Mazzotti, Andrea Cortellezzi, Vincenzo Medici, Pasquale Malgeri, Giancarlo Conocchiella, il fotografo Lollò Cartisano. Alcuni non tornarono mai. Altri furono restituiti vivi, ma segnati per sempre nel corpo e nell’anima. A ciò si aggiungevano traffici internazionali di droga verso Australia, Stati Uniti e America Latina e una scia di omicidi di mafia, molti dei quali senza giustizia.
A fronteggiare questa macchina criminale c’erano pochi magistrati e una manciata di uomini dell’Arma. Il Brigadiere Tripodi era uno di loro. Conosceva i sentieri dell’Aspromonte, gli ovili, i pascoli, le dinamiche familiari. Il suo contributo alle indagini sul sequestro dell’ingegnere napoletano Carlo De Feo fu determinante: localizzò otto rifugi, individuò persone, ricostruì organigrammi. L’8 luglio 1984, durante una perlustrazione in località Pietra Castiglia, si imbatté con i suoi uomini in una riunione di cosca. Tra i presenti vi era un latitante colpito da ordine di cattura. Quell’episodio segnò il suo destino.
La decisione di ucciderlo, come emerse successivamente, era stata presa già mesi prima. In paese si sapeva. Giuseppe Giorgi, un giovane senza appartenenze mafiose, venne considerato “infame” perché sapeva troppo, perché aveva parlato sotto pressione, perché era ritenuto inaffidabile. Fu assassinato il 31 dicembre 1984. Anche quell’omicidio, come quello di Tripodi, si concluse senza condanne.
Il 5 febbraio 1985 il Brigadiere accompagnò ancora una volta un giudice istruttore in montagna. Il giorno dopo trovò la morte. Ai funerali, lo Stato fu rappresentato dal Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri. Un segno solenne, ma insufficiente a colmare il vuoto lasciato da una giustizia che non ha saputo dare risposte definitive.
A quarantuno anni di distanza, la memoria del Brigadiere Carmine Tripodi non è solo un dovere morale. È un richiamo alla responsabilità collettiva, al valore del servizio silenzioso, alla necessità di non archiviare come passato remoto una stagione che ha inciso profondamente nel tessuto sociale della Calabria. Ricordarlo significa riaffermare che il sacrificio di chi ha fatto il proprio dovere fino in fondo non può essere consegnato all’oblio, ma deve continuare a interrogare il presente e orientare il futuro.









































