CATANZARO – Un passaggio giudiziario rilevante ridisegna, almeno sul piano cautelare, uno dei filoni dell’inchiesta che coinvolge il policlinico universitario Mater Domini.

Il Tribunale del Riesame di Catanzaro ha infatti annullato il decreto di sequestro delle somme nei confronti del dottor Andrea Bruni, 38 anni, medico e accademico, indagato dalla Procura di Catanzaro per presunti illeciti legati allo svolgimento di attività libero-professionale.

La decisione riguarda il provvedimento con cui il giudice per le indagini preliminari aveva disposto il sequestro di oltre 62 mila euro, ritenuti – secondo l’ipotesi accusatoria – il profitto di una truffa. Somme che, per la Procura, rappresenterebbero i compensi percepiti dal professionista per attività svolte in strutture sanitarie private senza la necessaria autorizzazione e in presunta violazione del rapporto di esclusività con l’ospedale universitario.

La difesa ha contestato la legittimità del sequestro, ritenuto non sorretto – a loro avviso – dai presupposti giuridici richiesti. Il Tribunale del Riesame ha accolto le argomentazioni difensive, disponendo l’annullamento del provvedimento ablativo.

I fatti contestati risalgono al periodo in cui Bruni era titolare di un rapporto di pubblico impiego di natura subordinata con l’Università Magna Grecia di Catanzaro. All’epoca, il medico ricopriva il ruolo di ricercatore e professore associato, con contratto a tempo pieno e a tempo determinato, ed era attivato assistenzialmente presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Mater Domini.

Secondo l’accusa, in tale contesto contrattuale il professionista non avrebbe potuto esercitare attività libero-professionale in strutture private senza una preventiva autorizzazione. La violazione di questo vincolo, sempre secondo la Procura, avrebbe generato un indebito vantaggio economico, da cui la contestazione del reato di truffa e la conseguente richiesta di sequestro delle somme ritenute illecitamente percepite.

Accanto a questa ipotesi, l’indagine include anche un’accusa di falsità ideologica. In particolare, viene contestata una certificazione prodotta per l’iscrizione alla Scuola di Specializzazione, nella quale Bruni avrebbe attestato – secondo gli inquirenti – la “falsa insussistenza” di situazioni di incompatibilità con quanto previsto dal contratto di formazione specialistica.

Con l’annullamento del sequestro, il Tribunale del Riesame non entra nel merito definitivo delle responsabilità penali, ma interviene su un piano specifico: quello delle misure cautelari reali. In altri termini, viene meno – allo stato – il presupposto che giustificava il vincolo patrimoniale sulle somme sequestrate, pur restando aperta l’istruttoria giudiziaria.

È un passaggio tecnico, ma non marginale. Nel sistema penale, il sequestro preventivo del profitto di reato rappresenta uno strumento incisivo, che presuppone una valutazione rigorosa sul nesso tra il fatto contestato e il vantaggio economico conseguito. L’annullamento disposto dal Riesame segnala, dunque, che tale nesso non è stato ritenuto sufficientemente fondato, almeno nella fase cautelare.

Per il dottor Bruni, la decisione rappresenta un primo risultato difensivo significativo. Per l’inchiesta, resta ora il compito di chiarire se le condotte contestate integrino effettivamente gli estremi dei reati ipotizzati. La giustizia, come da tradizione, procede per gradi: oggi cade un sequestro, domani si discuterà – con tempi e garanzie proprie del processo – del merito delle accuse.

In attesa degli sviluppi, il caso continua a richiamare l’attenzione su un tema cruciale per la sanità pubblica e universitaria: la trasparenza dei rapporti professionali e il rispetto delle regole, a tutela delle istituzioni e dei cittadini.