REGGIO CALABRIA – C’è qualcosa di profondamente poetico – e insieme grottesco – nel dibattito pubblico che attraversa oggi la Calabria. Da un lato, una terra esposta a fragilità strutturali antiche e mai risolte: mareggiate che trasformano i lungomari in cronaca, tratti di costa che arretrano a ogni inverno, strade e ferrovie sospese tra il mare e l’erosione, territori che chiedono interventi miliardari solo per non scomparire. Dall’altro, l’idea salvifica di un’opera monumentale, il Ponte sullo Stretto di Messina, evocata come se fosse la chiave universale capace di redimere ogni ritardo.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea ed è difficile ignorarla: è davvero credibile che, in una regione che fatica a difendere il proprio territorio dall’erosione costiera – fenomeno devastante che richiede risorse immense per limitare i danni e tutelare proprietà pubbliche e private – la priorità sia impegnare decine di miliardi in un’infrastruttura che non fermerà una mareggiata, non metterà in sicurezza un chilometro di costa, non riaprirà una strada franata?
E non è solo una questione contingente legata al maltempo di questi giorni. Il mare agitato è soltanto l’ennesimo riflettore acceso su problemi atavici: una viabilità fragile e discontinua, una sanità che costringe migliaia di cittadini alla migrazione sanitaria, servizi essenziali spesso al di sotto degli standard minimi, indicatori sociali ed economici che collocano la Calabria, con deprimente costanza, agli ultimi posti delle classifiche nazionali.
In questo contesto, il nodo non è stabilire se il ponte sia tecnicamente realizzabile o ingegneristicamente affascinante. Il nodo è un altro, molto più concreto: la Calabria non ha bisogno del ponte, ha bisogno dei soldi del ponte. Ha bisogno che quelle risorse vengano spese per mettere in sicurezza il territorio, per fermare l’erosione, per rendere percorribili le strade, funzionanti gli ospedali, affidabili i collegamenti interni.
Qui il sarcasmo diventa quasi un dovere civile. Perché mentre il mare si prende strade, binari e spiagge, la politica nazionale sembra impegnata a costruire ponti – prima narrativi che reali. Il ponte come simbolo, come bandiera, come racconto identitario buono per ogni stagione elettorale. Poco importa se – a prescindere dai no della Corte dei Conti – sotto quella bandiera restano irrisolti i problemi elementari della vita quotidiana. In questo scenario si inserisce con zelo il ministro Matteo Salvini, che del ponte ha fatto una missione personale, un’epopea più che un piano. Un’opera raccontata come destino, non come scelta. Come visione, non come risposta.
Il paradosso è evidente: si discute di collegare due sponde mentre intere porzioni di territorio vengono scollegate dal resto della regione; si promette sviluppo futuro mentre il presente affonda sotto i colpi dei marosi. E a rendere il quadro ancora più amaro è il sostegno compatto delle forze di maggioranza, pronte a sponsorizzare l’opera senza imbarazzo, come se le priorità dei territori potessero essere serenamente accantonate. I benefici per la Calabria, nella migliore delle ipotesi, restano pochi e indiretti; i costi, invece, sono certi e immediati.
Alla fine, la questione è tutta qui: la Calabria non rifiuta lo sviluppo, rifiuta l’astrazione. Non dice no agli investimenti, dice no a un’idea di progresso che passa sopra i problemi reali senza affrontarli. Perché prima di costruire ponti da record sullo Stretto di Messina, bisognerebbe consolidare ciò che già esiste: territori, comunità, diritti fondamentali. Senza fondamenta solide, anche il ponte più lungo del mondo rischia di restare ciò che oggi appare a molti calabresi: una bandiera piantata sulla sabbia, mentre il mare avanza.









































