COSENZA – La Corte di Cassazione mette un punto fermo, ma non definitivo, sul processo per bancarotta fraudolenta patrimoniale che vede imputato Mario Occhiuto, senatore di Forza Italia ed ex sindaco di Cosenza. La decisione della Suprema Corte — tre conferme e un annullamento con rinvio — mantiene in vita il procedimento, ridefinendone però i confini e rimandando a un nuovo esame uno dei capi d’accusa più delicati.
Nel giudizio di legittimità, i giudici della Corte di Cassazione hanno confermato le condanne per tre capi di imputazione relativi alla bancarotta fraudolenta patrimoniale, mentre hanno annullato con rinvio — a una diversa sezione della Corte d’Appello di Catanzaro — il quinto capo, quello relativo alla bancarotta impropria per il mancato adempimento del debito tributario. È una scelta che, sul piano processuale, separa definitivamente ciò che viene ritenuto già adeguatamente provato da quanto necessita di un nuovo scrutinio.
In primo e secondo grado, Occhiuto era stato condannato a tre anni e sei mesi di reclusione. Nel ricorso, la difesa aveva contestato l’impianto accusatorio della Procura di Cosenza e le motivazioni della sentenza d’appello, ritenute insufficienti o viziate sotto diversi profili. La Cassazione, pur non accogliendo integralmente le doglianze, ha riconosciuto la necessità di un approfondimento ulteriore sul versante tributario.
Sul piano istituzionale, la pronuncia non produce effetti automatici sulla posizione parlamentare del senatore. Come precisato dalla difesa, non scatta al momento alcuna decadenza dal Senato. La legge Severino, infatti, opera solo in presenza di una condanna definitiva superiore ai due anni di reclusione. Fino alla conclusione del procedimento — e dunque in assenza di una sentenza irrevocabile — la carica resta salva. Un elemento che, inevitabilmente, mantiene aperto il dibattito politico, soprattutto in un territorio dove il peso simbolico e amministrativo dell’ex primo cittadino è stato significativo.
I fatti oggetto del giudizio riguardano la gestione della società Ofin, attiva nel settore finanziario, nel periodo compreso tra il 2006 e il 2011. La società è stata dichiarata fallita nel 2014. Secondo l’accusa, sostenuta in aula dalla pm Marialuigia D’Andrea, nel corso di quegli anni sarebbero stati distratti circa tre milioni di euro, configurando un’ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale.
Occhiuto ha sempre respinto le contestazioni, offrendo una ricostruzione alternativa delle difficoltà economiche della società. In particolare, ha sostenuto che il dissesto sarebbe stato determinato dalla mancata riscossione di crediti relativi a lavori svolti all’estero e ha ribadito di essere uscito dalla compagine societaria nel 2011, prima dell’elezione a sindaco di Cosenza. Argomentazioni che, almeno in parte, non hanno convinto i giudici di merito, ma che tornano ora centrali nel segmento del processo rinviato.
La sentenza della Cassazione non assolve né condanna definitivamente: riordina. Conferma la tenuta di una parte rilevante dell’impianto accusatorio e, al tempo stesso, chiede maggiore rigore su un punto specifico. È una dinamica tipica della giurisdizione di legittimità, che non entra nel merito dei fatti ma valuta la correttezza giuridica delle decisioni precedenti.









































